XXIV Domenica del tempo ordinario
12 settembre 2021
Mc 7,31-37
Nella vita umana e sociale, abbiamo bisogno di essere riconosciuti, visti, forse sarà accaduto anche per Gesù, non per mostrarsi, oppure per elaborare una serie di informazioni, ma perché il suo amore potesse essere accolto liberamente. Chi sei tu? Chi sono io? Scendiamo nelle strade a fare una indagine sociologica, chi è Gesù, chi è la chiesa, chi è il cristiano, chi è il parroco, e ne sentiremo delle belle arricchendo il taccuino di appunti e note interessanti. L’intervista non sarà esente da tanti pregiudizi, osservazioni superficiali, però occorre svolgerla, questa fatica va eseguita. Anche in vista del Sinodo della chiesa universale e delle singole diocesi, ci viene chiesto questo stile pastorale di ascolto, di prossimità, di confronto, di giudizio. Più o meno fa in questo modo Gesù, chiede ai discepoli cosa pensa la gente di lui, la percezione e le opinioni, ma la direzione della sua interrogazione è più interessata a cosa pensano gli stessi discepoli. Sono temi e domande non a trabocchetto, non è un esame universitario, quanto l’azione pedagogica di far crescere nel cuore dei discepoli la conoscenza e l’amore verso la sua persona e la sua missione. Chi dice sia Elia, chi il Battista, chi lo accusa di essere un mangione e un beone. Non stiamo messi bene in questa indagine in mezzo alla gente, nonostante i miracoli, le guarigioni, la parola predicata con autorevolezza. Gesù non è venuto a convertire le folle, ma a seguirlo e chiama ciascuno personalmente, una intimità unica ed esclusiva.
Anche a me e a te rivolge la domanda: chi sono io per te?
Non è una domanda retorica quella di Gesù per affermare se stesso, di potere, di autorità, di onnipotenza, egli chiede una professione di fede, di fiducia, di abbandono, di sequela. Nei vangeli e soprattutto in Marco, sono i lontani, quelli più distanti a fare delle vere professioni di fede. Un esempio è il centurione, anche i demoni riconoscono la sua identità divina ma non possono accettare la sua autorità, non possono seguirlo perché sono sottoposti a Satana.
Pietro risponde alla domanda a nome di tutti, si fa portavoce, “tu sei il Cristo”, “tu sei l’Unto”, “tu sei il Messia”, ma non è sufficiente, quando Gesù gli parla del suo destino, egli non accetta la croce, non gli piace, non accoglie questa necessitas umana, divina, passionis, ha a che vedere con la libertà e l’amore. Pietro è “la voce di ogni ambiguità della vita” (G. P. ) e il resto dei discepoli che discutono di altro non condividono che Gesù debba passare attraverso la passione e la morte e come risposta c’è un duro rimprovero, “passa dietro di me”, dice Gesù.
Per seguire Gesù non basta professare a parole o riconoscere la sua figliolanza divina, occorre una scelta di campo, decisiva, radicale. La sequela non è una operazione psicologica, emotiva, intellettuale, ha a che fare con il cuore e con la vita. Se seguo Gesù, il suo vangelo, entro in una novità di vita, cammino dietro di lui, divento un suo testimone perché l’ho incontrato, ed a parlare sarà la mia vita, non i giudizi delle persone, di chi pensa di seguire un partito o una religione.
Gesù ci mette davanti alla verità di noi stessi, e fare verità vuol dire togliere la maschera, smettere di fingere. La sequela di Gesù non promette comodità, applausi, riconoscimenti, posti di onore, ma una strada alternativa contro facili piaceri e corsie preferenziali, dove si incontrano quei “no” che arginano derive di desideri disordinati e affettività fuori posto.
La croce diviene il punto di discrimine per seguire Cristo, lui è chiaro, non fa sconti, “questo annuncio della passione, morte e resurrezione, Gesù lo rivolge poi a tutta la folla, che chiama e convoca al suo ascolto: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, smetta di conoscere solo se stesso, prenda la sua croce e mi segua”. Il cammino di Gesù è il cammino di chi vuole seguirlo, cioè del discepolo, della discepola, ieri, oggi e domani. È la sequela di Gesù che fa un cristiano, una cristiana, è “perdere la vita per lui” che significa “salvarla”: la confessione di fede a parole non è sufficiente!” (E. B.). La croce non è qualcosa di teorico o di romantico, è l’accettazione delle esigenze della sequela, al contrario delle richieste che il mondo o i piaceri della vita mettono di fronte al discepolo. Gesù rimette Pietro in riga, “lo fa camminare attraverso le contraddizioni e carezza le sue ferite” (E. R.) proprio nella “linea incerta che addiviri la luci dallu scuru” (A. Camilleri).
Signore Gesù, aiutami a fare verità con la croce
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