OSARE CON PARRESIA – DOMENICA 27 LUGLIO 2025

OSARE CON PARRESIA – DOMENICA 27 LUGLIO 2025

OSARE CON PARRESIA – DOMENICA 27 LUGLIO 2025 1200 808 Vincenzo Leonardo Manuli

XVII TEMPO ORDINARIO ANNO C – Lc 11,1-13

La preghiera è un mistero, è una esperienza, “uno slancio del cuore” diceva Santa Teresa di Lisieux. Non esiste una definizione di preghiera, è libertà dello Spirito, la preghiera non è una formula, tanto meno è composta da parole magiche. La nostra preghiera prevalente è quella del bisogno, della richiesta, che termina con la lode, tuttavia quando ci rivolgiamo a Dio, non è un “Dio tappabuchi” (Dietrich Bonhoeffer). Vorremmo che Dio fosse ai nostri ordini, come un pompiere che spegnesse gli incendi, le fatiche. Signore, insegnaci a pregare! È un cammino, un esercizio che dura tutta la vita. Chiediamo al Signore: discepoli e apostoli che ci insegnino a pregare, ad imparare a dare del tu a Dio e dire: Abbà.

L’intimità con Dio 

Dio non può abbandonarci, siamo suoi figli, Egli ci corregge, c’è un legame, grazie a Gesù Cristo e al dono dello Spirito che abbiamo ricevuto l’adozione filiale e possiamo chiamare Dio con il tu, dicendo: Padre“La preghiera è vita filiale davanti a Dio chiamato e sentito come “Padre” (LM). Il santo cardinale inglese, John Henry Newman, parlava della “luce gentile”, del dialogo amoroso e tenero con il Signore, cor ad cor, spontaneo e sincero. Questo è quello che manca nella preghiera personale e nella comunità cristiana, dove spesso le preghiere sono gridate, oppure si prega contro l’altro, o si prega pensando a Dio come se fosse un idolo o si prega senza grazia. Di che cosa noi abbiamo effettivamente bisogno? Scrive Enzo Bianchi: “Seguono poi tre richieste riguardo a ciò che è veramente necessario al discepolo: il dono del pane di cui si ha bisogno ogni giorno, la remissione dei peccati e la liberazione dalla tentazione. Preghiera semplice quella del cristiano, senza troppe parole, ma piena di fiducia in Dio – invocato come Padre – nel suo Nome santo, nel suo Regno che viene”. 

“La preghiera esige coraggio, capacità di resistenza, di non scoraggiarsi, esige parresia, cioè franchezza, libertà, audacia. Anche Gesù, nel suo insegnamento sulla preghiera, sottolinea gli aspetti di perseveranza e insistenza: nella preghiera si tratta di bussare, chiedere, cercare. Certi che il dono veramente necessario, il dono dello Spirito, non sarà negato a chi lo invoca”, sostiene il monaco di Bose e biblista Luciano Manicardi. Il dubbio della preghiera o la tentazione, non sono solo le parole da dire, quanto la domanda cruciale: Dio ci ascolta?La preghiera esige fiducia, quella di Abramo, quella di Gesù nella sua bocca aveva parole sempre piene di affetto per il Padre, di lode e di ringraziamento. La preghiera non è magia, non è un “affaticare gli dèi” – come scriveva il filosofo pagano Lucrezioo uno stordire Dio a forza di parole moltiplicate.

Postura della preghiera

L’immagine, diciamo la postura dell’orante, ce la mostra Abramo che “stava in piedi  davanti al Signore”, quella di un supplice che perora una causa davanti a chi ha potere di esaudire la richiesta. Possiamo anche pensare al pubblicano al Tempio che non ha nulla da offrire a Dio e che, da lontano, sta in piedi rimettendosi umilmente a Dio. Antonio Savone afferma: “Pregare è osare di avvicinarsi a Dio consegnando quella che a te sembra essere la cosa più opportuna disposto a ricevere ciò di cui hai bisogno”. Noi siamo mendicanti, Dio non si stanca di ascoltarci, ma soprattutto, la preghiera, prima di essere una serie di parole, è ascolto, Shemà. Poi ci sono stili, pratiche, personali comunitarie, nei monasteri, in chiesa. “L’orante è “l’errante del tempo” (Pierre-Jean Labarrière), un viandante, un pellegrino. Si tratta di cercare con la convinzione della necessità della ricerca, con la convinzione che c’è qualcosa che vale la pena di essere cercato, a volte faticosamente, a volte lungamente, ma occorre essere certi che prima o poi si giungerà a trovare. Si tratta di attendere vigilanti, di cercarne l’esaudimento. Si tratta anche di bussare a una porta: se si bussa, è perché c’è speranza che qualcuno dal di dentro apra e ci accolga, ma a volte occorre bussare ripetutamente…” (EB).

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