PASSIONE DI NOSTRO SIGNORE GESU’ CRISTO – VENERDI’ SANTO – 3 APRILE 2026
Le mani di Gesù
Come i piedi, anche le mani sono state trafitte dai chiodi. In una lettura antropologica-esistenziale, le mani simbolicamente rappresentano il prolungamento sul mondo, le relazioni, il lavoro, la vita offerta quotidianamente al Signore. Pensiamo alle mani di Gesù, l’operatività, le carezze, gli abbracci, le guarigioni, l’affetto pace, a preghiera, il lavoro, ma soprattutto quando hanno spezzato il pane, quello della cena pasquale in cui prefigurava la sua passione e anticipa il sacrificio cruento della croce. Pensiamo a Gesù, che nell’Ultima Cena, impiega le mani in quei gesti eucaristici, a noi così familiari: «preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: “Questo è il mio corpo che è dato per voi. Fate questo in memoria di me”» (Lc 22,19). E ancora, Gesù Risorto attira l’attenzione degli apostoli increduli proprio sulle sue mani: «Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho. Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi» (Lc 24, 39-40). Erano le mani dell’Agnello immolato (cf. Ap 5,6), che porterà per sempre, anche nel Suo corpo glorioso, i segni della sua Passione: le mani e i piedi forati, il costato aperto dalla lancia: sono i segni che mostrerà ancora al discepolo incredulo, Tommaso. Quei segni, ancora visibili sulla Sindone, sono offerti anche a noi, a sostegno della nostra incredulità! «L’uomo della Sindone mostra le sue mani aperte, mani di una persona che abbraccia l’umanità proprio nella fatica del lavoro quotidiano di trasformazione del mondo».
I piedi di Gesù
Quei piedi, segno di movimento e di dinamismo, di stabilità e di autorità, che sorreggono il corpo e rendono possibile il contatto con la terra, rappresentano il cammino, nelle città e dei villaggi visitati, la via del Calvario e della Risurrezione. Esclama il libro di Isaia: «Quanto sono belli i piedi di coloro che recano un lieto annunzio di bene!» (cf. Is 52,7). I piedi rappresentano il cammino della vita di Gesù, la sua posizione nel mondo, nella storia, le radici, la direzione da prendere, quando egli era diretto verso Gerusalemme, “con il volto duro e convinto”. Contempliamo i piedi trafitti, quei piedi che erano stati profumati con un prezioso unguento e asciugati da una donna peccatrice; di rimando, ci riporta ai piedi dei discepoli, a cui Gesù lavò i piedi, segno di perdono e di servizio, invitando a “lavare i piedi degli altri”, simbolo dell’amore squisito, della dedizione piena e della cura premurosa verso l’altro che si considera così importante da porlo su un livello più alto rispetto a sé stessi.
Le ginocchia di Gesù
Il volto, le mani, i piedi, il costato, il polso, il dorso, le ginocchia, un uomo insultato, torturato, flagellato e crocifisso, in cui non c’è parte del corpo che non ha subito violenza, addirittura, dopo la morte sulla croce il suo costato fu trafitto da una lancia, da cui uscì sangue ed acqua. Noi contempliamo la passione di Cristo, entrando come attori importanti nella storia di questa passione. Pensiamo alle cadute sulla strada del Calvario, sotto la pesante croce, si piega, sferzato dai colpi dei soldati romani, dalle grida della folla. Anche in preghiera in piedi o inginocchiato, e tutte quelle volte che pregava e adorava il Padre, dal mattino, alla sera, nell’orto del Getsemani, crolla. Le ginocchia del Crocifisso ci fanno pensare anche all’Addolorata, abbiamo l’immagine di quel grande monumento della Pietà: la Madre riceve sulle sue ginocchia il Figlio morto, eco di tutte quelle madri che hanno perso un figlio, ma questo è dolore più grande, e dove ogni madre trova consolazione. Anche in questa situazione, il dolore non è confinato, non è rinchiuso, Maria diviene Madre della Speranza, quel dolore è salvifico, redento.
Il dorso e i polsi di Gesù
Una delle immagini antiche più venerate è il pastore che porta sulle spalle l’agnello, eco del salmo del “Buon Pastore” (Sal 23). Le spalle, il dorso, sono stati provati da Gesù, dal peso della croce, dal peso del peccato. Quando il sacerdote mostra ai fedeli l’Ostia e il Calice, rivela una realtà soprannaturale che tutta l’assemblea canta: «Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo». Ha preso su di sé la nostra umanità e l’ha innalzata e divinizzata. Il racconto della passione è drammatico. Tuttavia, i due soldati romani incaricati alla flagellazione hanno proceduto non alla maniera dei Giudei, con il massimo di 39 colpi, ma alla maniera dei romani, ovvero senza limitazione di colpi! Dopo aver legato per le mani Gesù, curvo, a una colonna, due soldati hanno proceduto sistematicamente e senza pietà a infliggere colpi di flagello lungo tutto il corpo, sia sul dorso che sul lato frontale, a partire dal basso fino all’alto, o vice versa. Contemplando le parole profetiche di Isaia: «Dalla pianta dei piedi alla testa non c’è nulla di sano, ma ferite e lividure e piaghe aperte, che non sono state ripulite né fasciate né curate con olio» (Is 1,6), tentiamo di capire la sofferenza di Gesù prima di essere condotto da Pilato e successivamente di procedere sulla strada del Calvario. Non è facile raccontare una simile sofferenza, come quella che procedeva, poi, a legare le mani della vittima nuovamente al patibulum, ma in maniera da poterla fissare, appesa, sulla croce. Per la legatura delle mani al patibolo, si usavano o le funi oppure i chiodi. I chiodi – da una parte – aumentavano il dolore del crocifisso; al contempo, tendevano ad accelerarne il decesso.
Il capo di Gesù
I re di questo mondo hanno una corona d’oro, con pietre preziose, luccicanti, hanno troni, eserciti, sudditi, vivono nei palazzi, esercitano il potere, ma la regalità di Gesù è una corona di spine sul capo, non ha palazzi, non possiede nessun potere, se non quello mite di un agnello, il potere di liberare dal peccato e dalla morte.
Alla terribile tortura, si possono contare circa 121 colpi di flagello inflitti su pressoché tutto il corpo. L’unica zona rimasta intatta, senza colpi di flagello, è la zona del petto intorno al cuore. I soldati, incaricati a punirlo e non a ucciderlo, sapevano bene che qualche colpo di flagello vicino al cuore del condannato avrebbe portato a una morte prematura, non corrispondente alla condanna, di cui poi ne avrebbero dovuto pagare loro stessi la conseguenza. Il Vangelo di Marco narra: «Allora i soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio, e convocarono tutta la truppa. Lo vestirono di porpora, intrecciarono una corona di spine e gliela misero attorno al capo. Poi presero a salutarlo: «Salve, re dei Giudei!». E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano davanti a lui. Dopo essersi fatti beffe di lui, lo spogliarono della porpora e gli fecero indossare le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo» (Mc 15, 16-20). Alla tortura, al flagello, anche la burla, la derisione. Si tratta quindi di un episodio che è unico – quello della coronazione di spine –, e di un episodio che ha un inizio e una fine ben precisi: era un gioco di “re da burla”, improvvisato “lì per lì” dai soldati nel pretorio, per prendersi beffe di Gesù. Finito il gioco, e spogliato Gesù della porpora, è del tutto verosimile che i soldati gli abbiano strappato via – con violenza e dolore atroce, per Gesù – anche la corona di spine. Finito il “gioco”, si mettono via i “giocattoli”, che, in questo caso, erano la veste di porpora, la canna che fungeva da “scettro” e la “corona” di spine. Diciamo, di solito, la “corona” di spine; però, la corona era, in Oriente, un casco! Era un casco di spine, tortura ancor più terribile e doloroso.
Il costato trafitto
Sulla croce, crocifisso tra due malfattori, un soldato per accertarsi della sua morte, gli trafisse il costato con una lancia, dal quale ne uscì sangue ed acqua. Quel sangue e quel siero sono impressi sulla Sindone: «Dove l’attenzione degli studiosi, s’è fermata con particolare diligenza è la ferita del costato di Gesù: proprio la s. Sindone di Torino è servita ad alcuni illustri clinici per dare l’avvio ad esperimenti su cadaveri per spiegare il “sanguis et aqua” di s. Giovanni, sangue ed acqua uscita circa due ore dopo la morte di Gesù». Quella ferita del costato riportata dal vangelo di Giovanni (cf. Gv 19,34), la Sindone prova che dalla ferita dell’emitorace destro fuoriuscì sangue di un cadavere, vale a dire sangue dissierato. “Un colpo di lancia gli trafisse il fianco e ne uscì sangue ed acqua”. Si tratta di una testimonianza macroscopica di grande importanza. Dolori e traumi, ma c’è un dolore dell’anima, non solo le ferite ai chiodi, alle mani, ai piedi, al volto. Quest’uomo schernito, aggredito, sconfitto, appeso ad un legno, esposto ad ogni ingiuria, non soffriva solo per il suo corpo. L’uomo della Sindone ricevette una degna sepoltura, morto nel dolore ma non nella disperazione.
Il volto di Gesù
«Il tuo volto, Signore io cerco» (Sal 26), così prega il salmista, interpreta il desiderio innato nell’uomo, incontrare Dio, cercarlo, desideralo e vederlo. Gesù ci ha rivelato il suo volto, e noi siamo in cammino ala scoperta di questo volto santo. Il desiderio più grande dell’uomo è vedere Dio e la Sindone è un’immagine particolare dove per i credenti si vede un volto che nei minimi dettagli, appartiene all’uomo crocifisso, il Figlio di Dio. Si vede il corpo segnato dalla flagellazione, il volto, le labbra, gli occhi, i baffi, il naso, la ferita al fianco, il sangue, i rivoli di sangue, le gambe, i piedi, le mani. Sul telo sono visibili impronte che sul fronte e sul dorsale riproducono una figura umana.
La descrizione capillare e commovente che fate dell’uomo della Sindone, rappresenta la grandezza di Dio nel servizio all’uomo, Sua creatura prediletta.
L’uomo che si accosta a queste parole,facendole proprie, non può rimanere impassibile fornendo una testimonianza autentica di Fede.
Antonio e Giusy