XIX ANNIVERSARIO DI ORDINAZIONE SACERDOTALE

Ogni anno, la ricorrenza dell’anniversario di ordinazione è un giorno speciale. Oggi, mercoledì 26 agosto 2026, ci troviamo riuniti a ringraziare il Signore, per il dono immenso e immeritato del sacerdozio. Non siamo chiamati a parlare di noi stessi, si rischiano la retorica o lo slogan, se non la deriva egotica, anche perché, deve parlare più la vita che le parole. Lasciamo parlare il Signore che attraverso il dono del sacerdozio manifesta la potenza del suo amore. Celebrando ogni giorno l’Eucaristia, lentamente e silenziosamente, immersi nel mistero dell’Amore di Dio, insieme alla comunità, ci conformiamo al mistero della passione del Signore, dove costatiamo che nell’attività pastorale, “non conta tanto il fare quanto l’essere”, importa l‘offerta di sé stessi, della propria fragilità e piccolezza. La vita del prete può definirsi una teologia della “mani vuote”: non sappiamo cosa offrire al Signore se non il nulla di noi stessi. La buona notizia del vangelo si annuncia soprattutto restando nei momenti di crisi, perseverando, soffrendo, affidandosi, consegnandosi, portando la croce del Bel Pastore, ringraziando anche delle carezze di cui non ci siamo accorti quanto siamo stati feriti o delusi. Impariamo dalla postura di Maria, sotto la croce, ci dona la forza di restare. Scrive un autore spirituale: “Spesso, davanti alle difficoltà, siamo tentati di pensare che basti riorganizzare strutture, cambiare metodi o moltiplicare iniziative. Tutto questo può essere utile, ma non sarà mai sufficiente se manca la fede. La storia della Chiesa è cambiata soprattutto grazie a uomini e donne che hanno creduto profondamente, non semplicemente grazie a persone capaci di organizzare meglio le cose” (L. M. Epicoco). Un prete anziano, nel suo testamento spirituale scrisse di sè: “sono un alito errante”; una mistica calabrese, Natuzza Evolo, diceva di sé stessa: “sono un verme di terra”, e potremmo fare tante altre citazioni, quanto per dire con le parole di Benedetto XVI: “Dio si serve di mezzi insufficienti per lavorare nella sua vigna”. Il prete è un servo, un servo per amore, vive la diaconia della carità, nell’incontro con la comunità, nella preghiera e nell’Eucaristia, con i fratelli più deboli, incontrando e accogliendo chi crede e chi non crede. La gioia più grande del prete è la consapevolezza di servire il Signore, attraverso il prossimo, per poi giungere a fine giornata e fare un’ esame di coscienza interrogandosi: “la mia gioia è se sono stato capace di aiutare il maggior numero di persone possibili”. “Il prete, nella cultura odierna, è una figura incompresa, come lo è la Chiesa che ha scelto di servire. Non lo si capisce se non si parte dall’inizio, da Gesù, il figlio di Dio, che ci ama, ci chiama, ci sfida. Egli, come il suo Signore, è un eterno sognatore. Sente di essere chiamato, accoglie l’invito e parte. Forte di una promessa, parte. Dove? Dove la Provvidenza vuole” (M. PATRICIELLO).

Servire la Parola
Il prete è un amministratore, un custode vigile dei misteri del Signore, chiamato a dispensare i tesori della Grazia, senza smettere di essere lui stesso bisognoso di questi doni, egli “trasmette quello che ha ricevuto” (Cf. 1 Cor 1,3). “La partecipazione alla comune esperienza di fragilità di ogni uomo, lo rende, sulla stregua dell’Unico Sommo Sacerdote Gesù Cristo, fratello capace di compassione per quanti subiscono la medesima prova” (Antonio Savone), anche nei confronti degli altri preti con cui si condivide il sacerdozio, in cui non è scontato e non facile, dove scoppiano meccanismi complessi. L’omelia, una parola di conforto e di consolazione, la catechesi, il silenzio accanto al sofferente, il pane condiviso e spezzato con i più poveri: “la vita del prete è una vita bella perché vive della consapevolezza di come sia più importante ciò che Cristo compie in lui di quello che egli compie per Cristo e per questo, anche di fronte al rifiuto, essa non cessa di elargire la gratuità del perdono” (AS).
Servire la Chiesa
Dall’alba al tramonto, passando per la notte, come un monaco, il prete veglia, senza perdere la memoria del dono, conservando l’umiltà: “chiamato a vivere il suo ministero esercitando la carità pastorale, più di altri è chiamato ad amare Dio con tutto il cuore e gli altri con il cuore di Dio” (AS). Spesso le giornate del prete, preso da tanti impegni, stress, fatiche, appuntamenti, di cui non mancano momenti difficili, di incomprensione e di rifiuto, di fallimenti e di errori, nonostante tutto, “non è una bella vita, ma una vita bella, perché animata dalla fede intesa non soltanto come la ripetizione di un rito o la semplice adesione a una dottrina. No, la fede intesa piuttosto come sequela di una persona, Gesù Cristo, a cui egli lega se stesso in modo appassionato e incondizionato. La fede del prete lo porta ad andare oltre quel narcisismo tanto adolescenziale di chi ricerca continuamente il proprio interesse o la propria riuscita e si dispiega, invece, in una continua consegna di sé in modo gratuito fino a gioire con chi gioisce e piangere con chi piange” (AS).

Servire i poveri
Il prete fa esperienza della Provvidenza, della gratuità, della larghezza della misericordia del Signore, perché vede nella sua fragilità lo sguardo benevolo di Dio. Anche il prete è un peccatore perdonato. Scrive un autore spirituale: “Dio non conta i nostri peccati, ma raccoglie le nostre lacrime ad una ad una”. Sono i poveri, i prediletti del Signore, e il prete animato e plasmato dalla carità è chiamato a servirli, beninteso che il povero non solo è chi non ha sufficienti mezzi materiali, ma si estende anche alla povertà morale e spirituale, per cui partecipa di quella larghezza del cuore di Dio che a tutti concede il tempo necessario e le occasioni opportune per far ritorno a Lui.

Asinello del Signore
Mi piace concludere con una metafora, pensando al ministero del prete, al suo servizio e alla sua umanità, un santo calabrese, Gaetano Catanoso, si definiva “asinello del Signore”, per evidenziare “sottomissione e docilità a Dio”, che avanza silenziosamente, discretamente, un ritmo lento, facendosi piccoli, umili, cercando di purificare il proprio cuore. Gesù si trova a suo agio sull’asino che si lascia fare. La piccolezza, da un punto di vista evangelico, è non pretenziosità, ma naturalezza, non assenza di complicazioni, ma spontaneità, capacità di meraviglia, disponibilità a ricevere, gratitudine, ma soprattutto è lasciarsi fare da Dio. Il prete, anche in un mondo secolarizzato, in una mentalità indifferente al religioso, in una Chiesa che nelle sue strutture a volte sente distante, inserito in un presbiterio mosaico di tante differenze fatto di umanità a volte inconciliabili, tra invidie, competizioni e pettegolezzi, vive la generosità di Dio. “Uno dei tratti è senz’altro la fecondità propria di chi gratuitamente ha fatto dono di sé a beneficio di altri provando a fare sue quelle virtù che Paolo ricorda al discepolo Timoteo: la fede, la carità, la pazienza, insieme a tante altre” (AS). La preghiera da offrire al Signore è la pazienza, non la rassegnazione o la sottomissione passiva, “con la costanza nella vita quotidiana, con la perseveranza nelle avversità e la fedeltà nell’ora della prova. È la pazienza di chi continuamente prepara il campo per la semina sebbene sappia che in esso, accanto al buon grano, possa crescere anche la zizzania. È la pazienza di chi non risparmia energie e sudore sebbene sappia che toccherà ad altri la gioia del raccolto” (AS).

Maria, Madre della Chiesa, accompagni ogni giorno il mio ministero. Così sia.

Augurissimi