
Circa otto anni fa, ho portato avanti una mia fatica, che mi ha rivoluzionato il pensiero, il modo di guardare la realtà, di conoscere la Calabria, tra piaghe e bellezze, e di non arrendermi davanti all’evidenza. Ho ottenuto grandi soddisfazioni, ma non da tutti, leggendo testi e operando sul campo, un lavoro universitario intenso, interdisciplinare, complesso, minuzioso, sotto la guida di tutor accademici. Chiesa, giovani e ‘ndrangheta in Calabria, un tema spinoso, evitato, mal sopportato, sempre aperto. Alcuni sostengono che “la chiesa non debba interessarsi di ‘ndrangheta, è un compito dei magistrati, delle forze di polizia, dei giornalisti”. Altri, una parte minoritaria, al contrario, sostengono che “la chiesa debba prendere posizione”, perché presente capillarmente sul territorio, senza compromessi e uscita dalle complicità, anzi, nelle catechesi, nelle omelie, dovrebbero i pastori essere più chiari. La ‘ndrangheta non è solo un fenomeno criminale, ma anche sociale, antropologico, teologico ed ecclesiale, e non solo, perché i mafiosi, strumentalizzano i codici religiosi, anestetizzano le coscienze, si servono di riti paraliturgici e religiosi, esibiscono e corrompono ambienti religiosi e spirituali.
Nel mio lavoro, pubblicato con una casa editrice calabrese nel 2018, ho dedicato un paragrafo proponendo un “Osservatorio diocesano” per studiare il fenomeno criminale della ‘ndrangheta: “formazione, competenze, finalità”, un luogo specifico, scientifico, di aiuto alle parrocchie e di ascolto per le persone vittime di mafia. Quando sono venuto a conoscenza che una diocesi in Calabria, quella di Cassano all’Jonio, in provincia di Cosenza, guidata da Mons. Francesco Savino, è stata la prima ad avviare non un ufficio burocratico, ma un laboratorio, un luogo di studio, di conforto e di riflessione, ed ho immediatamente pensato a quanto ho scritto.

Non dobbiamo mai dimenticare, quando San Giovanni Paolo II ad Agrigento il 9 maggio 1993, squarciò nella chiesa quel velo che per anni aveva visto un atteggiamento silente e passivo; quando sulla sua scia, papa Francesco a Cassano all’Jonio il 21 giugno 2014, “scomunicò i mafiosi”, dichiarando che “la ‘ndrangheta è adorazione del male”. Non solo, non dobbiamo mai dimenticare preti martiri e del vangelo, come il Beato Pino Puglisi, ucciso a Brancaccio da Cosa nostra il 15 settembre 1993, il giorno del suo compleanno; don Peppino Diana, ucciso a Casal di Principe dal clan dei Casalesi il 19 marzo 1994, sono stati “mosche bianche” un segno di contraddizione, non preti antimafia, ma uomini al servizio del vangelo.
A cosa può servire un Osservatorio? Qualcuno potrebbe torcere gli occhi: burocrazia, uffici, visibilità, pubblicità? Potrebbe darsi, ma ritengo sia un impegno serio per una chiesa che voglia formare le coscienze, una chiesa evangelica che non ammette compromessi e complicità, che dica con chiarezza dove sta il male e dove sta il bene, una chiesa che non scende a patti con il male, una chiesa che perdona e riconcilia, una chiesa che prega e invoca conversione. Certo, noi stiamo in territorio dove convivono amicizie, legami, parentele, grano e zizzania, e parlare di ‘ndrangheta potrebbe dare fastidio, allora la chiesa, i cristiani, i religiosi, tradirebbero l’uomo e il vangelo ritirandosi in trincea. Qui si gioca la credibilità della chiesa, ma anche dell’attenzione all’uomo. E’ chiaro che non è una missione facile per tantissimi motivi, sistemi, mentalità, strutture, sono difficili da scalfire ma non è impossibile. Noi viviamo accanto, siamo influenzati, dove a volte manca la capacità critica, il coraggio di prendere le distanze, soprattutto quando è assente una sana educazione e una cultura che purifichi un ambiente dove ci sono circoli viziosi e sistemi mentali psico-sociali che mortificano esperienze di rinascita e di riscatto.






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