Signore, Tu, che conosci i miei deserti,
sai che vivere conta sperare quando attraverso il deserto,
senza lamentarsi, anche quando si fa duro, chiede una fatica che si può affrontare solo con l’aiuto di Dio.
Il deserto è una prova,
il caldo rovente, il desiderio dell’acqua, di un’ombra per riposare, di una quiete per la pace.
Non mi lamenterò. Farò silenzio.
Sono contento, il deserto non è una parentesi, ma una gestazione,
perché il Signore è accanto a me, lo sento prossimo, anche dentro l’arsura, dentro il dolore.
In questo passaggio esistenziale, il deserto diviene una liturgia.
Il profeta Elia,
“non nel frastuono di un terremoto, di un vento impetuoso o nel fuoco,
ma nel silenzio di un sussurro di brezza leggera” (cf. 1 Re 19,11-13) incontrò la presenza di Dio.
Il deserto, un mistero gaudioso che contempliamo nella letizia e nella lode,
perché attraversandolo, nelle ore più calde, cerchiamo le tracce di Dio
i doni ricevuti, le occasioni accolte e quelle lasciate cadere.
È una opportunità, sento la voce di una chiamata,
«Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’» (Mc 6,31),
e riposo, cullato tra le braccia del Signore, il deserto, aula di teologia e di fraternità,
la parola segreta, stupore che rigenera le forze,
ci è dato per passare non da rassegnati, ma per dilatare il cuore.
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