Sono le 9,30 del 1′ agosto 2026 e il termometro segna già 30′, e si prevede che nel pomeriggio le temperature saliranno. Nel tempo del digitale e del dominio delle arti visive, gessetti e creatività non vanno in pensione, in una competizione sull’asfalto rovente per le temperature elevate, l’ingegno umano sigilla idee e valori, esaltando poesia e racconti dell’anima. Ogni anno, – e siamo all’XI edizione-, i primi di agosto, artisti internazionali, fanno un baffo a Bansky o a quei murales metropolitani. Sotto il sole, e grazie al riparo di un ombrellone che attutisce i raggi del sole, gli artisti, tra un sorso d’acqua e una meritata pausa, imprimono sulla strada che funge da tela forme e figure, simboli e personaggi, con richiami biblici ed esistenziali.
L’IA, la creatività digitale, non ha accantonato questo evento sociale e artistico promosso da una associazione locale: “Gli amici del Palco”, un’idea che negli anni si è concretizzata e maturata, proseguita e patrocinata da diversi enti per l’elevata importanza che essa assume. Nell’alternarsi dei colori, nel gioco dei gessetti, che una volta venivano usati nelle scuole ai tempi in cui era assente il digitale, la mano eretica dell’artista come il vasaio al tornio, lavora nell’ispirazione della fantasia creativa di un dio che non smette di plasmare partendo dall’archivio di intuizioni e idee rivoluzionarie.

C’è l’aspetto dell’estetica, impressa nella strada che sembra per qualche giorno “un museo all’aperto”. I lavori sono protetti da recinzione che osservatori curiosi e turisti viandanti non immaginano la fatica dell’artista che in un gioco di movimenti, getta il suo sguardo, cancella, sistema le forme, s’innamora della sua creatura e continua ripulire la figura per renderla più preziosa agli occhi dell’esperto visitatore. Nell’arte c’è poesia, filosofia, c’è l’esperienza, una scavo nell’inconscio e nel vissuto, ma soprattutto, c’è la libertà, che attinge al genio che il divino con la sua mano sapiente guida per ricordare il talento che “tutti siamo creatori di qualcosa”. Sarebbe bello vivere tutto l’itinerario di preparazione: l’allestimento, gli artisti in simbiosi con la strada, step dopo step, il risultato finale, frutto di sudore e sacrifici, di opere che rimarranno scolpite nella memoria del protagonista e del curioso visitatore.
Un esercizio spirituale e fisico metta alla prova l’artista, allenato nel coordinamento di ogni membra del corpo, di cui la mano creatrice esegue i comandi della ragione, spinti dalla forza propulsiva del cuore. Non c’è nelle opere solo il religioso, c’è innanzitutto l’uomo, la società, la natura, il dramma e la complessità della vita, c’è l’esistenza quotidiana, con le sue gioie e i suoi dolori. Si racconta che nell’inferno di Gaza, per sopravvivere, i bambini scrivono poesie e realizzano disegni. L’arte è redenzione e liberazione, è sfogo libero e denuncia della caducità dell’uomo. Sprofondiamo nella cultura, quella del rispetto e dell’educazione, dell’orizzontalità e della verticalità, del silenzio e dell’amore verso la vita. L’arte è la cultura in senso proprio, lasciare che l’immagine parli; l’artista mette la voce ai suoi lavori, riga per riga, linea per linea, mentre scorre il gessetto, conversa “cuore a cuore”, dandogli un’anima, anzi, l’opera eseguita, gli restituisce l’anima al suo padrone, e questi la lascia libera, per essere contemplata e mangiata dall’osservatore interessato a navigare nel mistero della poesia. L’arte riconduce sempre al divino, al momento creatore, all’inizio e al continuo fiorire della novità.

Quel recinto in cui l’artista si prodiga, diviene come la camera di Leonardo da Vinci che preparava i suoi esperimenti, un laboratorio di ingegneria che sublima poteri speciali a maghi incantatori di un mondo immaginato e ambito. Un viaggio nella fantasia, in un mondo sconosciuto, ma guidato e sedotto da forme e colori. L’umanità ha conosciuto uomini di scienza di grido, che si sono innamorati delle stelle, filosofi che hanno guardato nelle profondità del cuore, il Maestro di Nazareth che incantato dell’opera del Padre raccontava le parabole, e ogni anno Taurianova, su un breve percorso del centro cittadino i madonnari fanno vivere una esperienza che non ha pari in altri luoghi della piana di Gioia Tauro, un festival, un giubileo di senzazioni e di emozioni, una liturgia viva, quasi un culto. Al centro non c’è solo l’artista, l’immagine che sigilla il suolo, ma il primato dello spirito che incarna l’inconscio, e ogni anno, si attende l’appuntamento sempre inedito che sprigiona sentimenti di festa e di gioia e si getta nell’infinito.

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