
CAMMINARE INSIEME PER DIVENTARE SANTI
Discorso alla Parrocchia San Nicola e Maria Ss. della Montagna
Ecc.za Rev.ma, autorità civili e militari, fratelli e sorelle, popolo di Dio che è in Galatro,
nel giorno ufficiale dell’inizio del mio ministero di parroco desidero rifarmi all’Assemblea diocesana che abbiamo celebrato circa una settimana fa, dal titolo: «Camminare Insieme nella Comunione per la Missione», che guiderà il nostro cammino pastorale e quello dell’intera comunità cristiana diocesana. Ho riletto questo importante evento alla luce di uno dei testi più significativi del Secondo Testamento: la Prima Lettera di Pietro. È uno scritto di straordinaria attualità, di carattere universale, un vero testamento spirituale dell’Apostolo, «testimone delle sofferenze di Cristo», rivolto alle fraternità della diaspora, alle comunità sorelle dell’Asia Minore, nell’attuale Turchia, comunità che vivevano momenti di ostilità e di emarginazione, immerse in un mondo di “non credenti”. Non è, forse, anche la realtà che noi viviamo oggi?Abbiamo bisogno di un nuovo annuncio? La Lettera, attribuita alla tradizione petrina e ambientata a Roma, chiamata simbolicamente «Babilonia», vuole esortare, consolare e incoraggiare i fratelli a resistere, a rimanere «saldi nella fede»,confermandoli nella speranza e nella fede. Il tema della nostra Assemblea diocesana ben si lascia illuminare dalla Prima Lettera di Pietro: Camminare Insieme nella Comunione per la Missione.

“Camminare”, anzitutto. Camminare significa seguire le orme di Gesù Cristo, centro della nostra fede e principio di coesione della fraternità dispersa nel mondo. È Lui che «ci ha redenti con il suo sangue e rigenerati nella sua misericordia». Si cammina “Insieme”. È un cammino che coinvolge l’intera comunità, in una dimensione profondamente esodale e pasquale, nell’amore fraterno, tema particolarmente caro a Pietro: vivendo la compassione, la solidarietà e il servizio reciproco; rivestendoci di quell’abito indispensabile che è l’umiltà. Ma non si cammina da soli. La fede non è un’avventura solitaria, vissuta per conto proprio. Ecco allora la “Comunione”: una comunione che delinea una forte reciprocità, un mutuo affidamento. I presbiteri sono in relazione con le comunità e le comunità sono in relazione con i loro presbiteri. Nessuno è padrone dell’altro. Pietro invita a non spadroneggiare sulle persone affidate, ma a essere testimoni e servitori. È una comunione profonda, che va ben oltre il semplice rapporto tra guide e comunità. E tutto questo è per la “Missione”. La missione non è soltanto qualcosa che facciamo, è anzitutto uno stile di vita. Uno stile capace di interrogare e, perché no, anche di affascinare coloro che non condividono la nostra fede. Pietro ci invita a non conformarci alla mentalità del mondo, ma a vivere nel mondo con un’identità precisa. Un cristiano è sempre in missione perché la Chiesa stessa è missione. È la teologia dell’identità e della missione cristiana. Da una parte siamo gli «eletti», chiamati e amati da Dio; dall’altra siamo uomini e donne immersi nella storia, spesso come «stranieri e forestieri». Aggiungerei allora un’altra parola: “Santità”. Siamo chiamati a diventare santi, a crescere, cioè, nel senso più autentico del termine, ad essere anticonformisti, con uno stile di vita capace di permeare tutta la nostra condotta. Pietro parla della «bella condotta»: nella famiglia, nella Chiesa, nella società. Una bellezza non esteriore, ma integrale, che coinvolge tutta la persona. Una vita vissuta nella consapevolezza di essere di passaggio, ma con la responsabilità di abitare seriamente la storia, «a immagine del Santo che vi ha chiamati».
Per questo Pietro invita le comunità con alcuni imperativi a essere sobrie e vigilanti, a pregare, a «cingere i fianchi della mente», a rivestirsi dell’uomo nuovo, a camminare sul serio. Un cristianesimo che non fugge dalle responsabilità della storia, ma le attraversa nella piena fiducia in Dio. Altro imperativo: «Vegliate», perché c’è un nemico, il divisore, il diavolo, che, «come leone ruggente, va in giro cercando chi divorare». Quale è la sua azione divisoria? Allontanare dalla comunione, e divorare le sue prede. La vocazione cristiana è un progressivo avvicinarsi a Cristo, «pietra viva», per costruire un «edificio spirituale» fatto di «pietre vive». La Chiesa è fatta di “pietre vive” la cui “pietra viva” è il fondamento che la tiene in piedi. Lasciarci edificare su di Lui, diventando una “casa abitata dallo Spirito”, perché Egli «ci ha chiamati dalle tenebre alla sua ammirabile luce». Ma non si farà alcun passo se non ci mettiamo nella condizione di partire. È necessaria una metanoia, una conversione, una trasformazione del cuore e della mente. C’è tutto un programma nel titolo della nostra Assemblea diocesana. C’è una sfida che interpella ciascuno di noi. Noi che, usando le parole di Pietro, siamo popolo «eletto» e «amato» da Dio, «stirpe eletta», «sacerdozio regale», «nazione santa», «popolo che Dio si è acquistato», siamo chiamati a essere “lievito che fermenta la pasta”; a vivere una condotta nella quale la prassi del bene, distinguano il vero discepolo dal falso.
Un camminare che si apre alla prospettiva escatologica e che trova una delle sue espressioni più alte nelle parole dell’Apostolo: «Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1Pt 3,15). “Adorate il Signore nei vostri cuori”. Da qui nasce una spiritualità del cuore, una liturgia del cuore, un rapporto personale e autentico con Cristo. E da qui nasce anche la capacità di gettare ponti, di aprire spazi di dialogo e di ascolto, di rispondere a chiunque «domandi ragione della speranza» che è in noi, «con mitezza e rispetto». Perché la nostra speranza non è un vago ottimismo. È una speranza viva. Una speranza che Pietro richiama ripetutamente nella sua Lettera. E noi siamo, oggi, quelle fraternità. Anche noi sperimentiamo una condizione di minoranza[1]. Non forse una persecuzione violenta, ma più sottile: quella dell’adattamento a una mentalità e a condotte di vita che spesso si oppongono all’etica evangelica. Forse oggi non siamo più «stranieri» (strani!) perché siamo diventati troppo familiari con la mentalità del mondo. E allora dobbiamo domandarci: che cosa ci distingue? Non certamente una pretesa di superiorità rispetto agli altri. Ma la differenza evangelica di una vita vissuta secondo Cristo.
Oggi la società sembra non essere più sorpresa dalla vita cristiana. Anzi, talvolta siamo noi cristiani a sentirci troppo “di casa” nella società, fino al punto di non essere più riconoscibili. Per questo siamo invitati a resistere e a interpretare i tempi. Una resistenza attiva; una perseveranza che tiene fisso lo sguardo sulla meta della fede e sulla salvezza. L’imperativo di Pietro alle fraternità dell’Asia Minore è rivolto anche a noi: “vigilare e pregare nell’attesa del Signore”;essere fratelli e sorelle che si amano sinceramente e di vero cuore; «armarci dei sentimenti di Cristo»; testimoniare e annunciare una speranza viva. Tenere fisso lo sguardo su Gesù significa riconoscere che il cristiano è una persona che ha fatto un’esperienza: ha incontrato veramente Cristo. È passato dalla morte alla vita. E si lascia coinvolgere nella corrente dell’amore rigenerante del Padre, manifestato in Cristo Gesù, un amore che non vuole trattenere per sé, ma che desidera raggiungere tutti. Ecco il cammino che oggi desideriamo iniziare insieme. Non il cammino di un parroco da solo, né quello di singoli cristiani isolati, ma il cammino di un popolo. Camminare Insieme nella Comunione per la Missione per diventare santi.

Grazie Vescovo Giuseppe per questo nuovo impegno pastorale, vi chiedo di pregare per me perché rifletta nel mio ministero Cristo Pastore e Servo, e la Vergine Maria mi custodisca in ogni passo.
Camminare insieme, con Cristo al centro. Camminare lasciandoci convertire. Camminare nella reciprocità, nel servizio e nell’umiltà. Camminare senza paura di essere, quando necessario, diversi dalla mentalità dominante. Camminare per testimoniare, con la nostra vita prima ancora che con le nostre parole, che Cristo è vivo. E affinché, guardando questa comunità cristiana di Galatro, qualcuno possa ancora domandarci: «Da dove viene la speranza che è in voi?». E noi, con mitezza e rispetto, con la semplicità e la gioia della vita, possiamo rispondere: «LA NOSTRA SPERANZA HA UN NOME: GESÙ CRISTO».

don Leonardo, Parroco
[1] Nel commento alla Prima Lettera di Pietro, un mistico del ‘900, don Divo Barsotti scrive: «La Chiesa rimarrà sempre formata da elementi che vivono dispersi in un mondo pagano. Troppo Spesso la Chiesa o il cristianesimo si è trasformato nella cristianità e così è divenuto un sale insipido perché la cristianità ha carattere sociologico, ha carattere nazionale, mentre la Chiesa non ha mai questo carattere: essa infatti è formata da coloro che, scelti da Dio, anch’essi liberamente aderiscono a Lui; cioè la Chiesa è fatta di pochi, perché suppone veramente una formazione, una responsabilità morale, una coscienza della propria dignità, una fede che unisce a un Dio personale; fede che non è possibile sia della massa» (D. Barsotti, Commento alla Prima Lettera di Pietro, Parva, 2006, 26).

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