UN GIOCO DA RAGAZZI. INTERVISTA A BRUNO CONTI

UN GIOCO DA RAGAZZI. INTERVISTA A BRUNO CONTI

UN GIOCO DA RAGAZZI. INTERVISTA A BRUNO CONTI 1200 1600 Vincenzo Leonardo Manuli

Provo tanta emozione ad intervistare un campione di calcio che mi ha accompagnato nella mia adolescenza, e ricordo quando ero tifoso giallorosso. Stiamo parlando di Bruno Conti, campione d’Italia con la Roma (1982-1983), campione del mondo (1982), una finale di coppa dei campioni (1984), campione di umanità, oggi impegnato a scoprire talenti ma anche ad insegnare ai ragazzi.

«Voglio lasciare una testimonianza concreta ai più giovani sui valori della vita che mi hanno trasmesso papà Andrea e mamma Secondina, i miei eroi. Quei valori che si stanno perdendo in questa epoca dove tutto è veloce, troppo veloce, troppo veloce e dove spesso la mancanza di regole e di educazione condiziona la vita sociale di giovani e meno giovani».

Come è nata la passione per il calcio?

«Mi divertivo a giocare a baseball poi dopo tanti provini nel calcio, e preciso che non avevo un fisico possente e grande, ma in quanto a carattere e personalità che non mi sono mancati, mi hanno aiutato tanto nel calcio e nella vita, passando per la gavetta sono arrivato alla Roma. Non dimenticherò mai  quando ho calpestato l’erba dello stadio olimpico, davanti a 55.000 spettatori, con la maglia numero 7 che portai per vent’anni, e il mio primo esordio con la Roma in A il 10  febbraio 1974 contro il Torino».

I rapporti con i diversi allenatori, quale ti è rimasto più impresso? 

«Due padri mi sono rimasti tatuati nel cuore, Liedholm ed Enzo Bearzot, quelli con cui vinsi un campionato italiano e un campionato del mondo, oltre ai due allenatori ci sono anche il mio primo presidente alla Roma Gaetano Anzalone e mister Sven-Goran Eriksson».

E con i calciatori?

«Il primo ad accogliermi fu il capitano della Primavera, Agostino Di Bartolomei, con cui avrei condiviso tanti trionfi in giallorosso. Con Agostino si creò subito feeling, perché mi accolse al Tre Fontane come un fratello minore che fa ingresso in una nuova casa, tutta da scoprire».

Il goal più bello?

«Il primo in serie A contro la vecchia Signora e vinciamo 3 a 1».

Il rapporto con la tua famiglia?

La sintesi di tutta la mia vita: la famiglia, l’amore e il pallone. laura, la donna della mia vita, che tanto ha contribuito ai mei risultati nel calcio. Senza il suo aiuto  nella gestione dei figli e della famiglia, mai avrei avuto la serenità per dare il meglio di me in campo. «Sono stato in giro per l’Europa tra la Roma e la Nazionale, penso di essere stato un buon padre, sono nonno di ben cinque nipotini. Li sento tutti i giorni, al telefono o tramite messaggi, abbiamo pure un gruppo WhatsApp, la chat chiamata “family”, dove ci divertiamo a scherzare tra noi e a scambiarci gli auguri per compleanni e ricorrenze».

Grazie a Bruno Conti per essersi raccontato; nato a Nettuno nel 1955, sposato, due figli, attualmente è responsabile del settore giovanile della Roma. Sono contento di averlo intervistato, un mio idolo dell’infanzia, un simbolo della Roma e dell’Italia calcistica. Il calcio, a mio modesto parere, un tempo regalava emozioni, nel gioco delle bandiere, dei colori, il coro degli spalti, la passione, la tensione dentro il campo, l’adrenalina e la tensione domenica dopo domenica. Oggi, è solo un sistema di profitti, senza l’attaccamento ai colori della squadra. Si continuerà ad impazzire attorno al pallone, non si può fare a meno, ma quel mondo non c’è più e si racconterà una nuova storia, se rimarrà un gioco da ragazzi.

(L’intervista è inventata, tratta da un mio dialogo immaginario con Bruno Conti dopo aver letto la sua autobiografia nel libro: Un gioco da ragazzi, Milano 2022)

Lascia una risposta

INVIAMI UN MESSAGGIO, TI RISPONDERÒ QUANTO PRIMA.

[contact-form-7 404 "Non trovato"]
Back to top