A’ ruga

A’ ruga

A’ ruga 1200 1600 Vincenzo Leonardo Manuli

Mimmo è l’artista della ruga, dalla nascita purtroppo è claudicante, sfortunato, ma fortunato perché ha una famiglia che lo assiste e lo cura. Mimmo dipinge i quadri, li regala, è la sua passione, molti passano a vedere i suoi capolavori. Alla porta del suo laboratorio ancora s’intravede una ferraglia antica quando si attaccavano i cavalli, e lui ci legava il cane con la catena, un pastore tedesco. Dopo un po’ di tempo la sua famiglia ha deciso di emigrare al Nord, lì c’è lavoro per gli altri fratelli, e si parte tutti insieme anche con la mamma anziana. Nella ruga c’è un altro cagnolino, qualche isolato più avanti, quando vede passare qualcuno esce abbaiando per segnalare che quello è il suo territorio. Non è cattivo, ma è nella sua natura ringhiare, perché deve proteggere i suoi padroni. La ruga è via Gagliano, circa centocinquanta metri, una via stretta, dove ci passa solo una macchina, al massimo è possibile anche parcheggiare. Le case sono piccole, di un piano, basse, hanno l’arredamento essenziale, un bivani se si vuole esagerare, tutte attaccate. Qualcuno più fortunato ha anche un secondo piano. Ci vivono tante famiglie nella ruga, con bambini piccoli, donne anziane, vedove. Non è un quartiere ma una ruga. A pochi metri c’è la chiesa matrice, si venera la Madonna della Montagna, un po’ più distante c’è il mercato feriale molto frequentato. Siamo prossimi al centro storico. Non c’è casa dove non c’è una foto, una immaginetta della Madonna, ognuno la conserva, per baciarla, salutarla, chiedere protezione per la propria vita e per la propria famiglia, farsi il segno della croce e chiedere qualche grazia. La vita di questa ruga è molto semplice, ordinaria, diciamo che sono queste donne anziane a mantenerla viva. 

Come è ovvio, c’è il pettegolezzo, ma non è quello cattivo fatto di calunnie. Si vive l’uno accanto all’altro, ci si visita, per una chiacchierata, per chiedere un consiglio, raccontarsi i fatti del giorno, per vedere insieme la televisione, – per chi la possiede-, le telenovele, per giocare una partitella a carte, un passatempo e un divertimento quotidiano. C’è una bellezza in questa ruga, semplicità e famiglia, un noi che fa comunità, una convivenza edificante.

Cuncia, Laura, Meluzza, Catuzza, Lina, Celestina, le signorine, per non parlare dei soprannomi, un modo per identificarsi: non sono solo queste, altri popolano la ruga. I figli sono fuori, per lavoro, si sono trasferiti con le famiglie, ogni tanto vengono i nipoti a trovarli, qualche marito è emigrato in cerca di miglior fortuna, addirittura c’è chi è all’estero, quando rientrerà potrà godersi la famiglia e magari la pensione.

Come è la vita di questa ruga? Si diceva ordinaria, semplice, vissuta, di persone che vengono fuori da sacrifici e fatiche, lutti e lotte, povertà e malattie, soprattutto l’esperienza drammatica della seconda guerra mondiale, che ha portato distruzione, morti e tanta fame. La vita di via Gagliano non è mai monotona,  ogni giorno porta la sua sorpresa bella o brutta, come dice l’adagio, “ad ogni giorno basta la sua pena”, e per fortuna o per grazia, il Signore non abbandona, anzi, la sua presenza è più avvertita, diviene senso e motivo di ogni passaggio esistenziale.

Ci si raduna tutti insieme quando è il tempo del pomodoro, per fare il sapone di casa, qualcuna una volta aveva anche il forno. Se si ha bisogno di qualche cosa nessuno tira la mano all’indietro. Ognuno sta a casa sua ma è come una famiglia più estesa questa ruga. Le vecchiette vivono della pensione, chi quella sociale, chi l’ha ereditata dal marito, chi invece ha messo i contributi previdenziali.

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