È una di quelle giornate di tregua (1^ marzo 2021) dove è imposto uscire fuori dopo il coprifuoco e cogliere l’opportunità per fare una passeggiata. Oggi non piove, è soleggiato, si può approfittare per fare dei passi, incontrare qualcuno e scambiare qualche parola. Una escursione tra i vicoli di Saracena, un tuffo nel passato, scale ripide, discese, tra case disabitate e vutanti, osserviamo e contempliamo un pezzo di storia. Qui, una volta, pullulava di bambini, di persone, c’era vita, movimento, chiasso, rumori, grida, gente che chiacchierava. Questo piccolo borgo, collinare che si affaccia come un balcone sulla piana di Sibari alle cui spalle troneggia la montagna di Novacco, una realtà come tanti altri, risente dello spopolamento. Chi se ne è andato non ritorna più, e poi, è difficile abitare in alcuni abitati, difficilmente raggiungibili, soprattutto per un anziano che ha difficoltà a spostarsi.

Mentre salivamo per incamminarci verso la Chiesa di San Leone, eravamo al termine di questa escursione, incontriamo seduto a prendere il sole, un anziano, Z’ Antonio, con il bastone e il cappello di lana per proteggersi dal freddo. Sullo sfondo, sul gradone di una porta antica, la facciata vetusta dove spuntano erbe, si gode beato un po’ di tranquillità. Lo salutiamo e ci fermiamo per conversare un po’. Gli anziani sono un archivio storico, una biblioteca, un patrimonio dell’umanità, un monumento, un simbolo. Se non hanno una famiglia o qualche amico, vivono la solitudine, in un mondo che li emargina, a volte si sentono come parassiti, o di troppo, ma non per tutti. Si ritorna bambini quando si è anziani, si ha bisogno di tutto, soprattutto di qualcuno con cui trascorrere il tempo, per non parlare quando si presentano gli immancabili problemi di salute, gli acciacchi dell’età. Guardate le rughe al volto, gli occhi stanchi, le ginocchia piegate, il passo lento, i movimenti lenti, scorre il sangue della storia, delle fatiche, delle lotte, soprattutto per chi ha passato la seconda guerra mondiale, dove c’era morte, fame, povertà, ma senso di Dio.
Z’ Antonio è un anziano del luogo, è della classe 1933, lavoratore, uomo di fede, devoto, padre di sette figli, con tanti nipoti, sorridente. Quando mi rivelo, perché ero in tenuta sportiva e non mi aveva riconosciuto, si toglie per riverenza il cappello. Altri tempi! Si scopre il capo per tutto il tempo. Occorre osservare i gesti, non vanno trascurati. Qualche battuta, un proverbio e l’invito all’onestà, soddisfatto della sua vita: “Marzo è pazzerello, guarda il sole e prendi l’ombrello”.
Sapienza antica, di chi ha fatto strada, conosce gli uomini e le stagioni, una esperienza che insegna e può trasmettere a chi è iniziato alla vita.
Che bello vedere sorridere un anziano, un sorso d’acqua, una carezza, un raggio di sole, una feritoia di cielo.

Qualche mese fa, ha concluso la sua esistenza, rimarrà nei ricordi dei figli, dei nipoti e di chi l’ha conosciuto, Anche a noi che ci trovavamo lì, eravamo di passaggio, una giornata immortalata anche sul telefonino e un insegnamento, a non passare invano davanti ad un anziano, ma l’invito a fermarsi, chiedere se ha bisogno di qualcosa, e togliersi il cappello.
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