L’ANIMO DEL CALABRESE TRA IL SOTTOTERRA E IL CIELO il libro di Stancari

L’ANIMO DEL CALABRESE TRA IL SOTTOTERRA E IL CIELO il libro di Stancari

L’ANIMO DEL CALABRESE TRA IL SOTTOTERRA E IL CIELO il libro di Stancari 1600 1204 Vincenzo Leonardo Manuli

Quando stavo facendo le ricerche e gli studi per il dottorato dal titolo “Chiesa, giovani e ‘ndrangheta in Calabria”, – conclusosi nel 2018 -, tra i tanti libri letti, uno in particolare mi ha colpito, con una seconda ristampa nel 2025, ciò indica la valenza, con l’aggiunta di un inedito dell‘Autore e di una prefazione dell’antropologo calabrese Vito Teti.  

L’Autore è un religioso, gesuita, biblista, apprezzato per la sua preparazione e la sua attività apostolica, Pino Stancari, che vive a Cosenza, oramai da più di quarant’anni, un calabrese di adozione. Il libro citato è una raccolta di incontri tenuti alle religiose e ai religiosi in Calabria, dove nell’ultima ristampa è stata aggiunta una preghiera e una conclusione. In quest’ultima, il gesuita parla della sua esperienza di Polsi, “centro spirituale mariano calabrese”, luogo suggestivo, quasi magico. Il titolo dell’opera è significativo: La Calabria tra il sottoterra e il cielo, che esprime il mistero dell’uomo, e l’animo irraggiungibile o indecifrabile del calabrese.

La Calabria è una terra inesplorata, scotomizzata, defraudata, soggetta ad interpretazioni giornalistiche fuorvianti e superficiali. Una terra selvaggia, ricca di risorse, dentro un fiume carsico si cela l’animo del calabrese, che emerge e si nasconde. Il libro di Stancari non è un testo che va letto e poi rimesso in libreria, ma gustato con calma, assaporato, meditato. Si prende e si ripone sulla scrivania e poi si riprende di nuovo. Padre Pino usa le categorie bibliche, psicologiche e antropologiche, ma già nella Parola di Dio c’è tutto, scandaglia, sale, scende, contempla, rischia, si arrampica, graffia, carezza, ma non riesce a venire a capo.

Se guardi la Calabria, tutta montagna, valloni, grotte, rocce, dirupi, burroni, escursioni atmosferiche, mare, sole, ci si accorge che è l’animo del calabrese. Il gesuita è conoscitore della geografia umana, percorre la Calabria e l’Italia per tenere incontri di spiritualità, si reca anche all’estero, ma poi ritorna nella valle del Crati, un rientro nel grembo, per stare accanto alla Parola. Incontra gente diversa, poi in estate per un lungo periodo si reca a Polsi, paradigma della Calabria, dove si presentano a lui le molteplici sfumature dell’animo umano: gioia, dolore, sofferenza, rabbia, gratitudine.

In una sola parola. Stancari, ha “coscienza del dono” che la Calabria e il calabrese hanno fatto a lui, e si lancia in una gratitudine, una eucaristia, una restituzione. Sua compagna insostituibile, la Parola, con questa riflette, interpreta, legge , medita, lotta, per interpretare l’animo del calabrese, un animo in subbuglio, vittima e fatalista, adagiato in una grotta da cui non vuole uscire. Se uno degli scrittori che ha fatto conoscere all’Italia il calabrese fu Corrado Alvaro con Gente in Aspromonte, con questo testo, e la sua ri-pubblicazione ne è un esempio, entra più profondamente nel cuore di un popolo alla ricerca di un’identità, irrequieto e nostalgico, melanconico e vagabondo errante, sismico e turbolento.

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