L’uscita di scena di (don) Alberto Ravagnani è una di quelle notizie che fanno rumore, casino, non fosse altro perché è un prete, un prete influencer, seguitissimo sui social e tra i giovanissimi. Come tutte le notizie, farà rumore ancora per qualche settimana, si discuterà del suo ultimo libro, La scelta, e poi, come si sa, terminato il momento topico ed emotivo, passerà. Tanti si esprimono emettendo giudizi senza conoscere la storia, il travaglio che porta un giovane prete a cambiare abito (sic!), che cosa farà, lui stesso lo ha detto, ancora non lo sa. Tra curiosità e gossip, che a me sinceramente non interessano, penso però, senza accusare nessuno, a come avranno gestito la sua popolarità, lui e suoi superiori. Immagino le invidie dei suoi confratelli !!! Qualche persona mi ha detto tempo fa: “hai visto che seguìto ha don Alberto? Ed è popolarissimo!”. A me non può che far piacere, ma gestire la popolarità con sapienza e prudenza, i followers, il successo, la notorietà, non penso sia altrettanto facile.
Mi domando nel suo entourage come avranno accolto questa “scelta”, preti, vescovo, parrocchiani e followers. Qualcuno avrà esultato?! Qualche ferita o graffio il caro (don) Alberto l’avrà amaramente subita. Stanchezza? Fatica del ministero? Oggi fa notizia quando un prete lascia la tonaca (per chi la indossa), un prete che lascia per un amore, oppure per dedicarsi ad un’altra professione, o nel peggiore dei casi, quando decide di mettere fine alla propria vita.
L’ambiente ecclesiastico è molto complesso, e col passare del tempo si scopre che non è come lo immaginavi: non è esente da logiche competitive, da invidie, sgambetti tra chierici, ammiccamenti con i superiori e arrampicate per scalate di potere. Quella “mondanità” tanto denunciata da papa Francesco e quella “sporcizia” dentro la Chiesa, accusa che Ratzinger faceva nelle meditazioni della via Crucis del 2025, dovrebbero far riflettere. Tutto questo cosa c’entra con (don) Alberto? Noi non sapremo mai perché un prete ha scelto di fare il prete e nemmeno perché ha scelto di lasciare, certo è che oggi dentro la chiesa, sono molte le pressioni, anche esterne, e forse, i superiori, si trovano davanti ad un compito che nemmeno loro sanno gestire, quando non abusano o manipolano, perché vuoi o non vuoi, sono uomini di potere, detentori del sacro.
Oggi il prete non è più solo per la Messa. Il prete sta con i poveri, dialoga con i politici, insegna a scuola, va in palestra, fa talk show, è promotore di manifestazioni sociali, insomma, a livello mediatico è molto esposto. Il prete non è solo cultore di materie di teologia e di spiritualità, ma anche di materie “profane”, ha competenze al di fuori del sapere teologico, ma non è un tuttologo! Il prete dovrebbe essere un uomo di preghiera, questo, secondo la mia modesta opinione personale, è il senso del suo stare nel mondo. Il prete, -penso ai tanti preti che vivono le loro fatiche nel silenzio e nel nascondimento-, è l’uomo che rinvia a Dio, è l’uomo che soffre con, per, e in, Cristo.
Forse si chiede un po’ troppo dal prete, ma non si chiede, in un tempo di crisi della fede, dove Dio è scomparso, la domanda di spiritualità. In un mondo dove prevalgono i media, il pettegolezzo dei social, dove non c’è più privacy; in un mondo pluralista di valori, di cultura e di spiritualità, è difficile trovare i punti di riferimento. Ancora nelle piccole comunità il prete rimane un presidio, ma oltre le feste particolari, un po’ di folklore, poi, si rientra nella routine. Missione o mestiere? Schiettezza o finzione? Sistemazione o altro? Fare o essere?
C’è da riflettere del rapporto all’interno delle relazioni ecclesiali, immagino quando un prete è “famoso”, le critiche, le calunnie, lo sparlare con i superiori, purtroppo qui c’è una immaturità di fondo che nessun seminario e nessuna formazione permanente potrà mai risolvere. La scelta di (don) Alberto di lasciare il sacerdozio è personale, interiore, sicuramente maturata, coraggiosa e senza compromessi, forse logorata da una esposizione mediatica a cui non ha resistito, questo è quello che noi ipotizziamo. Il resto, come dicevo in precedenza è solo gossip. Mistero!
Il seminario non forma preti invincibili, perfetti o impeccabili ma uomini che devono fare i conti con le loro fragilità, con le loro crepe, con le loro forze, uomini che hanno avuto un forte desiderio, e forse con il tempo sono entrati in battaglia con sé stessi e con gli altri, uomini a cui a volte si chiede tutto e troppo, uomini a volte dimenticati, ma non da Dio, pedine di uno scacchiere, ma strumenti di grazia per il suo regno. Forse a volte ci si illude di potercela fare da soli. Non è così!
Personalmente, dopo tanti anni, vedo la realtà in maniera diversa, certo, non ci sono gli ideali degli anni di seminario, “la realtà è più grande dell’idea”, le esperienze, le battaglie, i limiti e le contraddizioni, ma in tutto questo, so di essere inserito in una economia di grazia, una corrente di amore e di speranza, e senza l’umiltà e la fiducia in Dio, non si va avanti. Il prete è l’uomo chiamato e coinvolto in un mistero per rispondere all’intenzione dell’amore di Dio.
Mi ha sempre colpito una frase di San Filippo Neri: “Fa’ o Signore che non ci accada di entrare cristiani e di uscire turchi”.
A buon intenditori …
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