Una parola del Concilio Vaticano II fa da apripista al dialogo della Chiesa con il mondo, “segni dei tempi”, e l’Intelligenza Artificiale è uno di questi, un tema centrale nel dibattito attuale. Andiamo un po’ indietro. Una data è importante, una svolta storica, nel 1891, il contesto economico e sociale vede operai che non hanno diritti, sono sfruttati, siamo al centro di una rivoluzione industriale, mentre i governi e i mercati non vedono; c’è ricchezza per pochi e miseria per molti. Leone XIII pubblica il documento della Rerum Novarum. Leone XIV fa la stessa cosa, 135 anni dopo, il 15 maggio 2026, le Res Novae, è l’IA. Le fabbriche sono sostituite dai data center, i padroni sono cinque grande aziende tecnologiche più importanti al mondo, concentrano un grande potere (controllano i ¾, il 75% della capacità di calcolo mondiale); gli operai invisibili sono i milioni di persone che etichettano dati per pochi dollari nel sud del mondo.
Due immagini bibliche il testo magisteriale spiega: la “Torre di Babele” e il “progetto di ricostruzione di Neemia”. Babele è un progetto grandioso, faraonico, costruito senza Dio, i cui fondamenti puntano sull’organizzazione e sull’efficienza ad ogni costo. Tutti parlano la stessa lingua, quella della massimizzazione del profitto, ma alla fine la comunicazione si spezza, per il peccato della superbia e dell’orgoglio e gli esseri umani non si comprendono più. Il papa parla della dittatura del “paradigma tecnologico”, concetto presente nell’Enciclica di Benedetto XVI, Caritas in Veritate (2009) e nella Laudato si’ di Papa Francesco. Questo è il rischio. Per contro, Neemia ricostruisce le mura Gerusalemme, pezzo dopo pezzo, con il contributo di tutti, di ogni fascia di età, classe e ceto sociale: sacerdoti, giovani, anziani, uomini e donne, una responsabilità condivisa non un progetto che cade dall’alto.
La chiesa aggiorna la dottrina sociale, non è un libro di regole scritto una volta per sempre, non è un museo, ma un corpus vivente che si è sempre confrontato con le “cose nuove” di ogni epoca, nel dinamismo sociale ed economico del tempo.
1891: Leone XIII tratta la “questione operaia”.
1929: Pio XI tratta della “grande crisi”.
1963: Giovanni XXIII interviene sui “diritti umani”.
1967: Paolo XVI parla dello “sviluppo dei popoli”.
1979: Il ruolo storico di Giovanni Paolo II nel “crollo del comunismo” .
2009: Benedetto XVI denuncia il “capitalismo e l’ideologia del profitto”.
2015: Francesco parla della “crisi ecologica”.
Ogni volta la chiesa ha riletto il presente alla luce del vangelo, i “segni dei tempi”, oggi tocca l’IA, in cui siamo al centro di una rivoluzione digitale e tecnologica. Qui sta il messaggio centrale: la chiesa non ingerisce nella politica e nell’economia, ma risponde grazie alla sapienza di duemila anni di storia, ponendo alcuni interrogativi e alcune sfide: Chi decide come si usa la tecnica? Chi fissa i limiti? Chi protegge chi rimane indietro? Regolamentazione, governance, l’umano al centro, senza entrare in soluzioni tecniche. Lo sviluppo dell’IA deve restare al servizio della persona e della società e non della concentrazione del potere tecnologico. Leone XIV parla di dialogo, di alleanza, e offre criteri per distinguere ciò che umanizza da ciò che disumanizza. La storia del “perché” la chiesa ha il diritto e il dovere di parlare di IA, non intende comandare, ma offrire una riflessione: antropologica, morale e culturale sulla dignità umana, il cuore dell’enciclica, che il dibattito sull’IA non può permettersi di ignorare. I dati devono essere condivisi, messi in comune, sono un “bene comune”, che appartengono a tutti.
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