Succede spesso di accorgersi che qualcosa nato per servirci finisce per governarci. Facciamo l’esempio del telefono che controlliamo continuamente. La tecnologia invade ogni spazio e il bisogno di approvazione che orienta le scelte più delle convinzioni profonde. All’inizio sono solo strumenti, poi, quando abbassiamo il livello di consapevolezza ed entriamo nell’abitudine, diventano criteri. La chiesa è sempre un affare sociale, parla al presente, è contemporanea agli uomini e alle donne, non è chiusa in sé stessa, ma si apre, una “chiesa in uscita”, il motore è la perenne attualizzazione di sé stessa, in contatto con la realtà, alle nuove possibilità.
La chiesa «partecipa con impegno ai percorsi attraverso cui la società stessa cresce e si organizza, e offre il proprio contributo al raggiungimento di una convivenza più giusta e fraterna» (n. 19). (..) «La chiamata e l’impegno a camminare con l’umanità nella concretezza della storia inducono la chiesa a riconoscere che le realtà terrene possiedono una loro consistenza e un ordine proprio» (n. 20) funge da organizzatore sociale. Non si sostituisce alla responsabilità della politica e delle istituzioni, ha dei fondamenti, per rimanere nella “dignità umana” che stanno sotto i principi: a) l’essere umano è a immagine del Dio trinitario; b) l’uguale dignità di tutti gli esseri umani; c) la nostra umanità non è un mezzo, non è data dalla performance sociale, ma è un fine in sé; d) ha diritti per il fatto di essere persone e nessuno può negarlo arbitrariamente; e) il diritto alla vita va dal concepimento alla sua conclusione naturale.
I principi della DSC hanno al cuore il bene comune, “la somma dei beni è più alta possibile”, è un plus, e l’alta forma di felicità è la condivisione, sia nelle piccole comunità che a livello internazionale. Parlando della privatizzazione, essa sta insieme al bene comune, e precisa: ogni essere umano ha diritto ad accedere ai beni necessari (n. 67); la sussidiarietà, le grandi scelte degli Stati devono essere mosse dagli individui coinvolti, qui sta una critica al capitalismo sfrenato e l’invocazione della necessarietà della trasparenza in cui si chiede che i processi non s’impongono dall’alto; la solidarietà, l’importanza della comunione e della partecipazione alla vita comune, con la creazione di percorsi di condivisione e di cura (n. 74); la giustizia sociale, aiutare gli altri, i più poveri. Gli algoritmi che creano la nostra vita, non sono neutrali, sono costruiti dalle persone con dei fini, puntano ad un fine e il papa chiede più trasparenza. L’umanità oggi è diventata un mezzo per l’IA che non è neanche una persona, alienata dalle logiche di mercato. Noi siamo principi, occorre prenderci cura degli altri e la chiesa deve dare il buon esempio.
La custodia della persona umana viene prima, l’errore è misurare il nostro valore da ciò che produciamo, possediamo o mostriamo, o per come veniamo considerati o riconosciuti. Nell’enciclica viene ribadito che la tecnologia è un mezzo, serve agli scambi, all’organizzazione della convivenza, alla gestione della vita comune, il problema nasce quando gli chiediamo ciò che non può dare, quando qualsiasi strumento diventa il significato della vita o quando la tecnologia pretende di dirci chi siamo. Oggi lo vediamo persino nei dati che lasciamo ovunque e nell’intelligenza artificiale che descrive i nostri comportamenti, gli algoritmi che decidono sulle nostre decisioni. Sono strumenti preziosi, ma restano strumenti. Un algoritmo può prevedere una scelta; non può contenere la libertà di chi sceglie. Un profilo digitale può rappresentare una persona; non può esaurirne il mistero. Quando perdiamo di vista questa distinzione, l’essere umano si riduce a oggetto tra gli oggetti.
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