L’in-utilità della preghiera. “Non riesco a pregare”, “non so pregare”, “pregare è come se si sprecasse del tempo”, “sento il silenzio di Dio e la sua assenza mi trafigge”, “mi stanco a pregare,” “non ho tempo per pregare”. Queste e altre frasi simili esprimono il sentore de “l’inutilità della preghiera quando essa non cambia le cose”. Questo e altri sentimenti assediano l’anima, non sono momenti di crisi, anche se a volte lo possono essere, tuttavia ci troviamo davanti allo “stare con il Signore”. Gesù nel vangelo dice che quando preghiamo non “dobbiamo sprecare le parole come i pagani”.
Un inno di silenzio. Pregare, nella sua accezione positiva è una relazione, un dialogo, un sostare, ma senza garanzie; non una preghiera parolaia, ma un “cuore a cuore”. Ci sono metodi della preghiera, esercizi, tempi, luoghi, ma prima di tutto è una vocazione, un dono, come quando “Samuele sentiva una voce e il vecchio sacerdote Eli, l’aiutò a riconoscere Dio che parla”. Per pregare Gesù consiglia di ritirarsi nella “propria camera”, nel santuario interiore, c’è una Presenza, un eremo silenzioso dove l’anima e Dio sono una cosa sola. Lui si ritirava per “parlare” con il Padre e insegnò ai discepoli la preghiera del Padre nostro. Qui c’è autenticità, senza maschere e apparenze, non si recita, ma un abbandono fiducioso in cui bisogna consentire di parlare a Dio.
I santi e la preghiera. Tanti santi hanno lasciato esperienze, scritti, testimonianze, ma ogni incontro è unico perché ognuno di noi è unico davanti a Dio. Noi che viviamo nella finitezza e abitiamo della fragilità del corpo, a volte abbiamo bisogno di mediazioni, di immagini sacre, di luoghi sacri come la chiesa, ma si può pregare nel deserto, davanti all’alba e al tramonto, guardando e lasciandosi guardare dal Tabernacolo, senza escludere la vita sacramentale. Quello “slancio del cuore” di cui parlava Santa Teresa di Lisieux, è un bisogno dell’anima, un fuoco, un grido, ma la santa carmelitana ci insegna la semplicità di stare davanti a Dio, come i bambini.
Tentazioni. L’anima deve avere a che fare con le tentazioni, l’aridità, l’ipocrisia, una fra tutte, quella scena che Gesù aveva davanti agli occhi: “il fariseo e il pubblicano al Tempio, il primo che si giustificava e l’altro che non alzava nemmeno gli occhi, sentendosi indegno e non meritevole di perdono”. Non è facile spiegare cos’è la preghiera, ognuno ha la sua esperienza. Edith Stein, prima della sua conversione al cattolicesimo, la colpì una immagine: “una signora che entrò in chiesa a fare un saluto e poi uscì”. La santa carmelitana e martire del nazismo ricordava lo stupore di questo incontro, come anche la lettura del “Castello interiore” di santa Teresa d’Avila. L’espressione più bella è del santo dottore della chiesa John Henry Newman, “cuore a cuore”, “cor ad cor loquitur”, dove si sente l’influenza agostiniana, “Dio è intimo più di quanto noi lo siamo a noi stessi”. La preghiera non ci esula dal mondo, dal rapporto con gli altri, perché la sua autenticità si manifesta nell’amore verso il prossimo, la carità ai poveri, il perdono.
Mani vuote. La grande eremita, teologa e scrittrice Adriana Zarri, sosteneva che la preghiera non è rinuncia sterile ma spazio vivo: “mani aperte, calde, cave come un nido di uccello, capaci di lasciar cadere il possesso per accogliere persino il riposo di Dio”. Lo viveva quotidianamente nella sua ricerca di Dio, questo fanno i mistici, svuotano le mani, espongono il palmo, lo crocifiggono al Cielo. La preghiera non ha a che fare con l’efficienza o la strategia, non ottiene risultati o successi, tuttavia è tesa a implorare, è richiesta coraggiosa, si prova a lasciar cadere tutto, a liberarsi dall’eterna tentazione dell’accumulo delle cose, fossero anche cose sante, sono quelle che più ingombrano e illudono. Mani vuote sono quelle di chi ha rinunciato a trovare gli appigli giusti per spingersi verso il successo, sono quelle di chi è riuscito a non confondere l’amore con il possesso.

Tutto è provvisorio. Un autore spirituale scrive: “Passiamo gran parte della nostra esistenza cercando di conquistare qualcosa: successo, sicurezza, prestigio, consenso, beni materiali. Ma Gesù ci costringe a fermarci e a domandarci quale sia il prezzo di queste conquiste. Esiste infatti un successo che può coincidere con un grande fallimento. Si può ottenere tutto ciò che il mondo considera importante e, nello stesso tempo, smarrire ciò che conta davvero. Perdere l’anima significa proprio questo: vivere talmente proiettati verso ciò che possediamo o realizziamo da dimenticare chi siamo. Il nostro tempo ci abitua a vivere come se tutto dipendesse da ciò che riusciamo ad accumulare. Ma il Vangelo ci ricorda che ogni realtà di questo mondo è provvisoria. Tutto passa. Le ricchezze, il potere, la fama e perfino la salute hanno una scadenza. Eppure il nostro cuore continua ad avere sete di qualcosa che non finisca. Per questo desideriamo cose eterne”.
La preghiera. La preghiera è una relazione d’amore. Chi ama non frequenta una persona solo nei momenti di necessità. La frequenta perché desidera stare con lei. Molte volte ci ricordiamo di Dio solo quando qualcosa non funziona, quando abbiamo paura o quando cerchiamo una soluzione ai nostri problemi. Ma una relazione autentica non può essere ridotta a un bisogno. Essa cresce nella gratuità, nella fedeltà, nel desiderio di stare insieme anche quando non c’è nulla da chiedere. La preghiera ci educa a guardare il volto di Dio e a lasciarsi amare da Lui.

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