XXIII TEMPO ORDINARIO – ANNO C – Lc 14,25-33
Una folla numerosa segue Gesù! Simpatizzanti? Aspiranti discepoli? Il Signore Gesù, al contrario di noi, non si lascia per nulla incantare dal fascino dei grandi numeri. La sequela non è una faccenda banale e superficiale. La porta stretta, il giogo della croce, l’ultimo posto, .. non è un’abitudine, ma comporta una scelta, una responsabilità. Gesù invita a fare bene i conti prima di intraprendere il viaggio. Il discepolo di Gesù con le sue forze non è in grado di capire, da soli non ci si può salvare. La sequela non è una passeggiata ma una scelta sapiente, che comporta la rinuncia a sé stessi, il distacco da tutti i propri averi e da relazioni, da legami e affetti di sangue e di famiglia. Tutto questo costa fatica, ma è il “portare la propria croce”, cioè portare lo strumento di esecuzione del proprio io, egoista.

Il discepolo
Non rincorre facili consensi, “Gesù, che vuole accanto a sé discepoli, non militanti, si volta indietro per guardare quella folla in faccia e rivolgerle alcune parole capaci di fare chiarezza e di non permettere illusioni o addirittura menzogne. Parole dure, che ci urtano e ci dispiacciono perché ci chiedono di combattere contro noi stessi, contro i nostri sentimenti naturali”, commenta Enzo Bianchi, pronuncia parole spiazzanti. Il discepolo è colui che ascolta e impara, aderisce al Maestro, alla sua persona non a un’idea o a una dottrina; cammina dietro di lui in forza della grazia, è in grado di relazionarsi bene, alla famiglia, agli amici e alle cose. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. Il discepolo si mette in ascolto, deve pervenire alla decisione personalissima, fidandosi soltanto della grazia del Signore, rinunciando a tutto ciò che ostacola la sequela: “Fino a quando non siamo disposti a rinunciare a tutti gli averi, possiamo tentare di essere al massimo delle persone buone, che non fanno male a nessuno e cercano di non compiere ingiustizie. Ma essere cristiani, cioè uomini e donne in cui cresce la vita e la maturità di Cristo, significa abbracciare una vita che punta all’amore più grande e in cui si manifestano le opere stesse di Dio” commenta Roberto Pasolini.
Il potere della croce
Seguire Gesù significa portare la propria croce, e prendere la croce, mettersi in gioco, vuol dire affrontare la pena di morte, – nel linguaggio del tempo -, perdere la vita per rimanergli fedeli. “Ognuno ha una propria croce da portare, nessuno ne è esente, ma non si devono fare paragoni. Gesù, sa che quanti lo seguono fedelmente si troveranno coinvolti anche nella sua passione e morte, quando egli porterà la croce. Si tratterà di imparare da Gesù, quando egli parla, agisce, ma anche quando sarà condannato, torturato e ucciso nell’ignominia della croce” (EB). Se uno viene a me e non odia .. Priorità, primato, preferenze, ma anche responsabilità senza fughe, calcoli per riflettere quanto si è disposti lasciarsi trasformare.

Il magis
Per essere discepoli del Regno occorre solo molta libertà, e per essere liberi è necessario costruire e combattere ogni giorno, comporta un distacco da sé, il superamento dell’orgoglio, dell’autosufficienza, si entra in un combattimento spirituale. Se uno vuole venire dietro di me deve preferirmi, dice Gesù. Perché? Gesù non fa propaganda delle vocazioni, non si fa pubblicità, anzi, sembra dissuadere dal proposito di seguirlo, sconsiglia: chiede di essere amato di più, e l’amore ha a che fare con la croce. C’è un oltre, un di più è proprio lui, il Maestro, a lui spetta il primato: “Gesù mette in contrasto lo stare con lui e l’amore famigliare, nonché l’amore per la propria vita. Perché tanta radicalità? Semplicemente perché egli conosce il cuore umano, conosce il potere dei legami di sangue, conosce la possibilità che la famiglia sia una gabbia, una prigione” (EB).

Quando Gesù si accorge che la folla lo segue … egli si volta, cerca il vis a vis, vuole dialogare. Ciò che è decisivo è la relazione con lui, l’intimità con lui, tutto si relativizza, la scelta giusta è dare alle cose e alle relazioni una subordinazione rispetto all’amore di Dio, per non rischiare di fare brutte figure, fallimenti vocazionali o vite che sovrabbondano di compromessi.
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