Escatologia e IA, fede e scienza, dialogo e interdisciplinarietà. Questa accoppiata unita dalla congiunzione “e”, distingue e unisce, ma è apparentemente distante? Visto che parliamo di teologia da un lato e tecnologia dall’altro, di cui, l’una tratta il discorso ultimo, l’altra è la frontiera dell’umano, la realtà della tecnoscienza che sta rivoluzionando ogni campo del sapere. Studi, ricerche, ideologie, progetti transumanistici, provocano la stessa teologia che in un ramo, esattamente quello dell’escatologia, parla del postmortem, mentre il panorama sfidante dell’IA intende offrire all’umano condizioni di benessere e utopiche promesse di immortalità.

Ci troviamo di fronte ad una sfida culturale, in un tempo in cui il discorso sulle cose ultime: giudizio, inferno, purgatorio e paradiso sono estranei alla riflessione teologica e alla catechesi, alla mentalità degli stessi credenti, mentre “progetti tecno-utopici” contemporanei sognano l’avvento di una condizione postmortale.
È stato sempre un sogno primordiale quello umano di prolungare la vita, tuttavia si affaccia all’orizzonte una via nuova nel mondo del cyberspazio, progetti umanistici dove la morte biologica appare non più come sorte ineludibile, di cui tecniche di contrasto dei processi d’invecchiamento e di degenerazione biologica o l’immortalità digitale, profetizzati da alcuni dèi dell’Olimpo, tra questi Musk, Kurzweil, Altman, provocano le religioni, tra cui la teologia e la spiritualità cristiana. Questa, non solo rispolvera il suo armamentario di tradizione, di fede, di sapienza, nascosto chissà in quale cassetto, ma si pone attenzione a concetti come l’attesa, la risurrezione della carne, la riconfigurazione della morte.
“Queste nuove istanze della società tecnocratica ormai dominata dal paradigma tecnoscientifico, offre una rielaborazione critica di nozioni antropologiche, come trascendenza, corporeità, anima, eternità”. Emerge una opportunità di approfondimento e di riconsiderare i pilastri dell’escatologia cristiana, i contenuti scritturistici, le riflessioni patristiche e magisteriali. L’attesa escatologica non spunta all’improvviso, ma è un patrimonio fin dalle prime comunità cristiane, il cui discorso lungo dell’escatologia, il cristiano è chiamato a tradurlo in un atteggiamento e in uno stile capace di orientare il suo modo concreto e ordinario di abitare il mondo. Non si tratta di un vago discorso o tantomeno di presentare nei minimi dettagli le cose ultime, come di individuazioni topologiche-spaziali, quanto di risvegliare quella nostalgia del desiderio umano legata all’attesa di qualcuno, il Verbo incarnato, crocifisso e risorto, asceso alla destra del Padre.

I “cieli nuovi e terra nuova”, rappresentano quel nuovo inizio e la novità cristiana, una vita trasformata e trasfigurata a partire dal presente, per cui ricuperando la “riserva escatologica” e ricentrandone il fondamento che la storia tende verso un fine ultimo, legato all’attesa dell’incontro ultimo con il Dio rivelatosi nella storia della salvezza e nella certezza di sapersi attesi da lui.

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