XXIV DOMENICA – ESALTAZIONE DELLA CROCE Gv 3,13-37
Mi/Ci vuole abbracciare la croce, vuole abbracciare tutti, è il segno di come Dio ci ha amati, è il segno che suo Figlio ha offerto la vita, per la nostra salvezza, una vita perduta per amore, e che vuole abbracciare tutti, questa è la verità, quella di chi ha vissuto trasformando uno strumento mortifero in strumento di salvezza: “Con l’intersecazione delle due linee rette, che coincide con il centro, la croce apre il centro verso l’esterno, divide il cerchio in quattro parti, genera il quadrato” (Julien Ries). Nella celebrazione di questa domenica, adoriamo: “il mistero di amore che sulla croce si è manifestato e riconoscere che l’amore del Padre che ha donato il Figlio per la vita del mondo e l’amore del Figlio che ha consegnato se stesso per gli uomini, è ciò che opera la salvezza. L’amore divino e trinitario, trasmesso ai credenti mediante il dono dello Spirito” (LM).

Lo scandalo
Un luogo di morte, uno strumento infame, la croce, “la morte di Gesù è stata una “morte di croce” e l’apostolo Paolo ne sottolinea l’aspetto di scandalo il maledetto da Dio, abbandonato da tutti, scomunicato dal suo gruppo religioso, bandito dalla società civile. “Croce dice infamia, disonore, ignominia. La morte di croce poteva essere augurata come macabra e somma ingiuria per i nemici. Dire morte di croce, significa dunque anche dire traversata degli inferi, raggiungimento del punto più basso nella scala dei valori umani e religiosi. È proprio questa discesa negli abissi dell’inumano e della perdizione, simbolizzata dalla croce, che evoca al meglio il carattere universale della salvezza di Dio. La croce, da simbolo disgraziato e tragico, diviene apertura alla più sconfinata speranza: il cielo non abita solo sulla terra, ma anche negli inferi. Questa è la croce a cui il cristiano può rivolgersi cantando: Ave crux, spes unica!” (LM).

Il paradosso
Come si può essere salvati dalla croce? Cosa mostra quell’uomo inerme su cui si è scagliata tutta la violenza del mondo? Quella croce che Gesù aveva preparato durante il suo ministero, che ha annunziato ai discepoli, che ha chiesto a chi voleva seguirlo di assumerla, “seguire Cristo significa, prima o poi, salire sulla croce. Non tanto subire la croce, ma abbracciare la croce, salirvi quasi anelando, quasi con desiderio. Sì, salire la nostra croce. La croce che la vita intaglia e scolpisce per ciascuno di noi giorno dopo giorno attendendo che noi ci lasciamo plasmare a co-crocifissi con Cristo” (EB). Sapevano benissimo i suoi uditori di cosa si trattasse quando si parlava della croce, un supplizio, una infamia, una vergogna. Spogliato di tutto, anche della sua divinità, della sua dignità, così scrive il monaco di Bose Luciano Manicardi: “Una volta messo in chiaro che non la croce salva ma la vita di colui che vi è steso sopra, la vita che ha preceduto quella morte, dunque la pratica di umanità di Gesù di Nazaret dominata dall’amore, e la vita che ha seguito tale morte, ovvero la resurrezione, la vittoria dell’amore sulla morte, allora può anche aprirsi lo spazio per una meditazione sul simbolo della croce. Il simbolo cruciforme, con l’intersecarsi delle due linee rette che si estendono in quattro direzioni e partono da un punto centrale, è simbolo di orientamento nel mondo”.
La croce gloriosa
La croce non solo è il simbolo del cristianesimo, ma è il simbolo di tutti, dell’amore pieno, completo, il cuore dell’annuncio cristiano, l’more di Dio che non condanna ma salva. Questo è glorioso, “l’orribile croce diventa così un segno luminoso; l’essere issato in alto, su un palo, racconta il regnare di Gesù, esaltato da Dio” (EB). Attenzione, non è un amore teorico, ma un amore concreto: Dio dona suo Figlio. Oggi, parlare di amore, è un argomento troppo inflazionato, perché si parla senza essere testimoni e senza averlo vissuto. Non è un’emozione che passa, un’idea vaga, quello cristiano è l’immagine più chiara di Dio, e nessuno è escluso da questo amore.
Signore, aiutami ad accogliere il tuo amore, da qui, inizia la salvezza.

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