LA TEOLOGIA DEL CUORE
“Il tuo volto è la mia patria”, diceva Santa Teresa di Gesù Bambino, è l’apoteosi della relazione, una relazione di innamorati, felici, perché il cuore dell’uomo non può vivere senza l’amore. “Quando manca l’amore, quando manca il cuore, è un grido di allarme”, scriveva papa Francesco nell’enciclica Dilexit nos. Sull’amore umano e divino del Cuore di Gesù,:“Siamo in un tempo senza cuore!”
- Cuore a cuore: il fondamento della fede
La celebrazione liturgica odierna, ci rivela l’amore gratuito di Dio attraverso Gesù, dal suo cuore aperto ha fatto scaturire ogni grazia e benedizione. Siamo amati di un amore eterno. Il cuore della fede è l’amore di Dio, “chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui”. Conosciamo il cuore di Dio? Conosciamo il nostro cuore? Cor ad cor loquitur diceva il santo cardinale John Henry Newman, cuore a cuore, ci tocchi l’anima, ci doni gioia, pace, rinnovamento, entusiasmo, vita. Nel cuore di Cristo celebriamo le grandi opere dell’amore di Dio, per entrare in questa sintonia il segreto della nostra santificazione è stare cuore a cuore. Due criteri sono consigliati: silenzio e solitudine sono base dell’incontro e il fondamento per sentire il battito pulsante del Signore, come l’apostolo Giovanni che poggiò il suo capo sul petto del Signore. Cor ad cor, punto di partenza per la nostra vita spirituale. Venite a me, dice Gesù, venite al mio cuore, come le pecore e il pastore.
- La situazione “babilonica” e lo smarrimento odierno
“In questo mondo liquido è necessario parlare nuovamente al cuore”, leggiamo nella Dilexit nos. L’esilio, la dispersione, è un’esperienza nella nostra vita, di una situazione babilonica, i cui ci sentiamo soli, nonostante la famiglia, malgrado gli amici, i gruppi, ci sentiamo soli, isolati, abbandonati. Vivo una situazione babilonica quando mi sento smarrito, senza un punto di riferimento valoriale, senza una identità, senza una guida, straniero tra stranieri, disorientato, questa è la situazione babilonica. Non comprendo più la grammatica della mia vita. Mi sento confuso, non so come andare avanti, mi manca la chiarezza, il discernimento, non vedo quale possono essere i prossimi passi. Ho paura. Preghiamo con il salmo 23 del buon pastore: “Come se andassi per una valle oscura, temendo il male e le tenebre”, sento l’angoscia di fronte a un problema, ad esame, ad una malattia, dinanzi al fallimento totale. Questa è una situazione babilonica, ci manca l’identità. Pensate a questo “cambiamento d’epoca”, scioglimento della cultura, decadenza della liturgia, rivoluzione dei costumi, abbandono delle tradizioni, situazioni d’ingiustizia, la pace viene meno, un momento in cui ci chiediamo: quale è la nostra identità di cristiani, in un contesto molto straniero?
- La pecora smarrita e l’esperienza nel deserto
Stranieri tra stranieri, pecora dispersa simbolo dell’io e della comunità che è cercata dal pastore. “Venite a me …” Gesù scende negli abissi dell’anima mia, tocca il problema dell’assurdità della vita, entra nel mistero e nel dramma del male, quando parla delle 99 pecore del deserto e di quell’una. Grottesco e ironico, ci parla della pecora che il pastore ha perduto. Sente che siamo stanchi, sfiniti, sfiduciati, ed egli partecipa dramma dell’umana miseria. Dio stesso ha perduto la sua creatura amata, l’umanità e va in ricerca. Cos’è questo smarrimento se non i ritmi frenetici, a volte diveniamo automi, tutto si appiattisce, le relazioni sono funzionali, e la vita interiore si assottiglia. Siamo in un deserto dove si svolge la drammatica battaglia, non tanto come luogo geografico, ma simbolo di una esperienza interiore di estremo disorientamento. Evoca paura, simbolo di purificazione, chi ritorna dal deserto, è come passato dalla morte alla vita. Il deserto è luogo di perdizione e di liberazione, di morte e risurrezione, apre a un rapporto del tutto inedito con Dio. Dio e l’uomo smarrito, pastore e pecora persa, elezione e amore da parte di Dio, stanchezza e coscienza anestetizzata dell’uomo, dove l’incontro si svolge nella solitudine del deserto e nel silenzio, “io la condurrò nel deserto e parlerò a suo cuore”, dice Dio al profeta Osea.
- Dimorare nel cuore: contemplazione e missione
Non bramiamo forse, per ricuperare il rapporto con Dio e con noi stessi a trovare riposo nel cuore del Signore, Cor ad cor, nella solitudine e nel silenzio, per imparare ad ascoltare la voce del buon pastore? Sta a noi scegliere e accogliere questo amore, dimorare in lui, dove posso fare esperienza di una pecora caricata dal pastore sulle sue spalle, del vivo contatto diretto e immediato, Cor ad cor. Silenzio e solitudine, con il contatto della pecora sulle spalle, pelle a pelle, battito con battito. La gioia è nello stare con lui, della pecora che il pastore aveva perduta, della donna che trova la moneta perduta, del pastore che entra nella casa di Zaccheo, del crocifisso che dona il paradiso al malfattore sulla croce, dell’innocente che guarda a Pietro e perdona il suo tradimento. Non finisce qui, Cor ad cor, chiama alla festa e alla missione, che gioia uscire dalla chiesa, dopo la santa messa, dopo l’adorazione, dopo aver riservato un tempo per il deserto interiore, che ci fa bene, solitudine e silenzio, dove posso ascoltare Gesù, solo nel silenzio del mio cuore. Non solo contemplazione ma anche le opere. Il vero riposo è dimorare in lui. Il vero giogo, la sua parola, libera dai fardelli che ci schiacciano e dona la forza che orienta il cammino.

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