Il Vangelo non dice come l’umanità deve vivere una volta e per sempre ma è aperto alla interpretazione. Il mondo tech, le notizie moderne, non sono argomenti nuovi. Gli “algoritmi”, il “potere”, il focus tecnico dell’enciclica è divulgativo dell’argomento in questione, dove la chiesa mette le mani nella realtà, si espone, cerca di informare, solo così si può agire nel presente. La chiesa si fa divulgatrice e si apre al mondo conoscendolo e comprendendolo.

L’IA simula, non è una persona, c’è un discrimine con l’essere umano: i giovani e gli adulti che la utilizzano, riducono l’idea di scambio, di comunicazione e di comunità. C’è uno scarto tra l’IA e una macchina. Qui non c’è donazione, tra persona e persona c’è qualcosa di irriducibile, e quando si usa l’IA si scambiano questi livelli tra l’uomo e la macchina. Stiamo dando all’IA la responsabilità della scelta e di conseguenza stiamo eliminando la nostra responsabilità La responsabilità è sempre una donazione e l’IA non è neutra, è ingiusta, considerarla neutrale è un gravissimo errore, perché la misericordia, la compassione, l’empatia non sono presenti.
Al paragrafo n. 109, “i principi della DSC” vengono enucleati e applicati, vengono fatti degli esempi che ci aiutano a leggere questa nuova realtà e dobbiamo farli diventare fondamenti e fondamentali nei discorsi: “solidarietà, sussidiarietà, e giustizia sociale”. Ad esempio, la sussidiarietà protegge la capacità della comunità; la solidarietà, nel riconoscere il lavoro invisibile sfruttato; parlare di giustizia sociale, interroga le geografie di potere chi può aggiustare i modelli dell’IA; parlare di bene comune significa smascherare questa asimmetria sistemica. Occorre chiarezza. Come ci muoviamo nel mondo? Dove stiamo andando? Senza conoscerla e cadendo nell’abitudine, siamo schiavi dell’IA senza saperlo, siamo un bianco di prova.
Una delle parole più forti dell’enciclica è “disarmare” l’IA (cf. n. 110), cioè, sottrarla alla logica della competizione armata, non solo militare, ma anche competitiva e cognitiva. L’IA è uno strumento umano creato dall’uomo stesso, “bisogna uscire dall’idea che l’uomo è un progetto che è realizzato”, L’IA è una grande intelligenza che ci supera, e noi siamo inutili o stupidi? La nostra umanità non si riduca all’intelligenza, la macchina non ha un corpo che non potrà mai avere, l’uomo è oltre.
La critica al transumanesimo e al postumanesimo, al “potenziamento dell’uomo” che non basta a sè stesso, è necessario riscoprire la bellezza del limite, non è un difetto da correggere: “l’umano fiorisce attraverso il limite”, mediante la contingenza delle cose di questo mondo. Il Papa scrive che transumanesimo e postumanesimo, nelle loro numerose varianti, sono accomunate dalla «centralità della tecnica» (n. 116) e «dal sogno di oltrepassare i limiti della condizione umana» (n. 116). Una visione non compatibile con la dottrina della Chiesa perché «se l’essere umano è trattato come materiale da perfezionare o da oltrepassare, allora diventa più facile accettare che alcuni vengano considerati meno utili, meno desiderabili, meno degni» (n. 117). Si tratta di correnti promotrici di un immaginario che «svaluta il limite e promette una “salvezza” puramente tecnica» (n. 117).
A tutto ciò la Magnifica Humanitas oppone «il limite, il cuore, la grandezza dell’essere umano» ricordando che «l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite» (nn. 118-121). Il Papa scrive che ‘’uomo proprio perché «sperimenta il limite – la vulnerabilità, il dolore, il fallimento – può riconoscere la propria e l’altrui dignità come inviolabile» (n. 122). Il filosofo danese Soren Kierkegaard, parlava della “finitudine quale grandezza” dell’uomo, il limite della creatura umana ci permette di riconoscere Dio. Non è da eliminare il limite ma da abbellire. Dobbiamo riconoscere il vuoto per costruire intorno ad esso, e lo psicologo sopravvissuto nei lager nazisti Vicktor Frankl affermava che l’uomo si riconosce attraverso la sofferenza, l’enciclica stessa parla del limite come potenza che crea l’arte.

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