XXII TEMPO ORDINARIO – ANNO C – Lc 14,1.7-14
L’umiltà incontra il favore di Dio, lui che si è fatto piccolo e umile. Ha guardato l’umiltà della sua serva, canta Maria nel Magnificat. Paolo, nell’inno ai Filippesi, esalta l’umiltà di Dio: Pur essendo di condizione divina svuotò se stesso. Scrive Luigi Verdi: “Non ci sono titoli, onori o privilegi che tengono nel regno di Dio, neanche basta esser parenti o amici o ricchi vicini a cui si deve riguardo. Nel regno di Dio non sono queste le cose che contano: è un regno affollato di poveracci, di storpi, ciechi e zoppi, gli esclusi dalla vita sociale e religiosa; di tutti quelli che non vogliamo, che ci fanno fare brutta figura”. Questa domenica la Parola ci immerge nel sano realismo del discepolo, “l’umiltà, da humilitas, ha a che fare con la bassezza della terra (humus): essa ricorda all’uomo la sua dimensione creaturale e lo colloca come creatura davanti al Creatore e come uomo (homo) accanto ad altri uomini” (LM).

Il banchetto
Ogni domenica Dio ci invita alla festa di nozze del Figlio: “il banchetto eucaristico è imbandito dal Signore, il quale chiama tutti, anche quelli che si reputano indegni, perché non è il peccato che si oppone alla salvezza ma il ritenersi “degni”, muniti di una giustizia personale: questo impedisce la comunione con Dio e con i fratelli e le sorelle”, commenta Enzo Bianchi. Ma se vogliamo essere sinceri e realisti, nelle nostre assemblee, non seguiamo l’invito di Gesù, quello di invitare storpi, ciechi, zoppi, poveri, ma si seguita accogliendo autorità, amministratori locali, onorevoli, persone ragguardevoli. Per non parlare poi di chi cerca i primi posti, di chi si sente oscurato dall’altro, di chi vuole occupare tutta la scena. Gesù era molto attento, vigilante, quando un giorno invitato da un eminente fariseo, vedeva come gli invitati sceglievano i primi posti. Gesù pronuncia una parabola che riguarda prima gli invitati, poi colui che invita. Si tratta di una sorta di parabola in contesto, in diretta, potremmo dire. “E non è forse paradossale l’esortazione a non invitare a pranzo amici, famigliari e conoscenti a favore di perfetti estranei? Chi di noi si comporta così? Ma questa logica che contrasta con il buon senso e con l’attitudine normale delle persone non mira a cambiare l’etichetta dei ricevimenti bensì a dire l’azione di Dio” (LM).

La festa
Succede così ancora oggi, nelle feste solenni, in attesa che il pasto abbia inizio, i presenti sbirciano dove sia il posto dell’invitante e con occhio vorace individuano la sedia più vicina a lui, lanciandosi su di essa come su di una preda. Nella parabola c’è chi cerca di rubare il posto agli altri, questo vale in qualsiasi comunità, e sappiamo quanto è faticoso stare dietro le quinte, ma così si costruisce la comunità. “Gesù ci insegna inoltre a invitare alla nostra tavola quelli che non possono contraccambiare: se alla nostra tavola mancano i poveri, i malati, gli ultimi, si tratta di una tavola mondana, non secondo il Vangelo” (EB). Gesù dà un insegnamento che mette in guardia dal protagonismo e dall’esibizionismo di chi cerca i primi posti, “avverte che invitare può essere il modo di costruire una rete di potere e di creare un debito: l’invito come ricatto, come instaurazione di do ut des” (LM), l’idolo della reciprocità e dell’interesse ci domina.

Gli ultimi
Lo stile di Dio è diverso, usa la logica del sottosopra e “Gesù oggi ne approfitta ancora una volta per sconvolgere i farisei, tutta gente per bene, quasi stilisti dei modi di fare, che si azzuffano per il posto migliore, quello più in vista, quello che tutti ti invidiano” (LV). Gesù sceglie il pubblicano, la pecora smarrita, Zaccheo, la vedova importuna, il granellino di senape, i bambini, i piccoli del vangelo. “Lui, soprattutto, ha scelto di farsi piccolo e di morire per stare dalla nostra parte, la parte dei più poveri. Lui sa come si ama: incondizionatamente, che vuol dire senza motivo, senza meriti, senza ragione” (LV). Cristo resta l’esempio di questa umiltà, lui che, venuto tra di noi, ha preso l’ultimo posto. Dello stile di un uomo, di un cristiano, fanno parte la modestia, la semplicità, non la falsa umiltà, non sfrutta le occasioni per apparire, non sottrae il posto agli altri, “la festa si può vivere restando al proprio posto e non cercando di rubarlo agli altri. E ciò vale in qualsiasi comunità: stare al proprio posto senza ambire a posti più alti, senza cercare posti tenuti dagli altri, Ognuno dunque stia al proprio posto, valutando se stesso secondo la grazia e i doni ricevuti dal Signore perché chi si sopravvaluta cadrà da più in alto, in modo disastroso per sé e per gli altri”.


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