XXX TEMPO ORDINARIO – ANNO C – Lc 18,9-14

Ricordo da ragazzino una chiesa che frequentavo, su un’arcata, la scritta: “La mia casa sarà chiamata casa di preghiera”. Mi è sempre rimasta impressa questa citazione del profeta Isaia, ma vedevo che in chiesa si faceva tutt’altro, si chiacchierava, ancora oggi, le chiese, dovrebbero essere luoghi di preghiera, quella umile, in cui si chiede perdono per i propri peccati, si domanda la conversione del cuore, si implora la grazia di Dio, si intercede per gli altri, possibilmente, senza giudicarli, e fare la doppia morale. La chiesa è un luogo dove non dovremmo fingere o recitare, non dovremmo accusare e per giunta affermarsi, ma la chiesa è spazio per vivere un rapporto autentico con Dio e con gli altri, al massimo, con questi, essere pazienti e compassionevoli.

Battersi il petto
Il gesto liturgico nei riti di introduzione alla Messa è un’abitudine che non deve far perdere la memoria di chi siamo. Diceva Romano Guardini: “Si bussa al cuore per risvegliare la coscienza in maniera matura e urgente”. I due protagonisti della parabola, il fariseo e il pubblicano, l’uno che si considera giusto e l’altro che si umilia, presentano due modi opposti di porsi davanti a Dio, anzi, rivela l’immagine che si ha di Dio. “I due hanno una collocazione sociale profondamente differente: uno è un fariseo, l’altro un esattore delle tasse. Ma la preghiera al tempio (poco importa che si trattasse di una preghiera pubblica o privata) non crea comunione, ma fa esplodere la distanza. Il fariseo prega istituendo un paragone con il pubblicano in nome della buona e certissima coscienza di essere nel giusto. Ma una convinzione di sé che si basi sul confronto con altri è minata in radice. Nel fariseo si riflette forse l’idea di superiorità che deriva dall’appartenenza a una classe sociale e a uno strato della popolazione superiore rispetto al pubblicano” (LM).

Lo specchio che riflette
Da una parte c’è l’orgoglio e il disprezzo dell’altro, del fariseo che vanta opere, meriti, titoli di credito, si esibisce: “Il tempio, luogo pubblico, per la sua funzione sociale, può anche rafforzare gli individui nel loro ruolo e investirli di uno statuto che incida sulla loro identità e pure sulla loro coscienza” (F. Bovon). Dall’altra parte, c’è il pubblicano, mafioso dell’epoca che estorce denaro ai suoi paesani e lavora per conto dei romani, si pone a distanza per la sua condizione di impurità e di indegnità e battendosi il petto richiama alla memoria il suo peccato, compiendo un gesto spesso riferito a situazioni di disperazione come di fronte a un lutto. C’è una incapacità di riconoscere di Dio, quando si usa la religiosità come criterio di giudizio per accusare gli altri e non sé stessi, pensando che Dio valuti allo stesso modo le persone.
Il punto di vista di Gesù
Il Signore gradisce la preghiera del povero e dell’oppresso, accoglie la preghiera del pubblicano che si proclama peccatore davanti a lui. D’altronde, sulla croce, Gesù in mezzo a due malfattori, uno che lo accusava e l’altro che era pentito, si guadagnò il paradiso!Vi è una fiducia in se stessi, un credersi giusti, che rende non gradita la preghiera del fariseo al tempio, così come vi è la possibilità di un culto che è solo una recita, anzi, un atto criminale, perché commisto a ingiustizia ed empietà. “Nella preghiera si riflette e si svela l’autenticità o la falsità di ciò che si vive e delle persone che siamo” (LM). C’è chi confida in sé stesso e chi confida in Dio; c’è chi si sente superiore e con orgoglio disprezza gli altri, e chi si pente e con il cuore contrito si rivolge al Signore. Qui non si tratta di santificare il pubblicano o condannare il fariseo, quanto di cambiare i criteri in cui si giudica sé stessi, gli altri e la giustizia di Dio.
Il Signore ribalta i giudizi umani, vede il cuore e soprattutto vede in modo diverso. Dio entra non nei cuori arroccati e chiusi, ma dove trova un pertugio. La preghiera vera è quella di sapersi porre in verità e autenticità davanti a Dio.

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