XVIII TEMPO ORDINARIO – ANNO A – Is 55, 1-3; Sal 144; Rm 8,35.37-39; Mt 14,13-21
Il deserto. Immagino lo stupore dei discepoli, nel deserto, una folla numerosa e da sfamare, un compito da assolvere impossibile per chiunque. “Solo cinque pani e due pesci!” Troppo poco. C’è il Maestro e non se ne accorgono! Il deserto diviene un luogo di vita, ti viene incontro, e tutta quella folla che seguiva Gesù che si era ritirato in disparte, lo seguono, e rende evidente la fecondità del ministero del Maestro. Anche il deserto è un luogo teologico per imparare a fidarsi a Dio. Nel deserto Gesù rivela la sua identità, che già aveva affrontato nella lotta contro le tentazioni, ma senza gesti eclatanti e magici. Gesù non si lascia tentare. Chi non ricorda il popolo d’Israele sfamato dalla manna del cielo? Qui c’è di più.
La compassione di Gesù. Ci sono verbi importanti per il discepolo e per la comunità: accogliere, spezzare, distribuire, raccogliere, ma prima di tutto, Gesù invita ad assumere i suoi sentimenti: accorgersi, sentire compassione. Nel contorcimento delle sue viscere, viscere di pietà, di carità e di dolcezza, c’è di mezzo la pancia di Gesù: “c’è di mezzo la sua fame, in quanto è una pulsione vitale primaria. La sua fame è la capacità illimitata di accoglienza. Là dove Gesù è affamato si rivela lo spazio che accoglie la folla umana nell’intimo del suo cuore” (P. Stancari). I discepoli vorrebbero rimandarli a casa, ma lui li incalza: “date voi stessi da mangiare”, cioè date voi stessi.
Le urgenze del tempo. Ci sono urgenze che non posso essere rinviate. E se la chiesa avesse dimenticato certe urgenze e per compensare si occupa di altro? Non ci sono solo gente da sfamare ma anche malati da curare, persone che chiedono ascolto e attenzione. Il problema non si evita ma si attraversa. “Ha il cuore tenero Lui: non li rimanda indietro con la scusa che oggi ha da fare, altro a cui pensare, che tornassero domani. Lui ha “compassione”, che è slancio di viscere, istinto di madre. Sfiora i malati e li guarisce, parla di pecore che si perdono e di alberi che si gettano nel mare, di capelli che vengono contati, di figli scavezzacolli che partono e della festa del ritorno. Sfiora con le mani e le parole, tocca ferite del corpo e del cuore e il tempo scorre così veloce, ad ascoltarlo, a guardare i suoi occhi brillare e le mani a disegnare un regno sconosciuto, che non sembra neanche tempo: sembra infinito” (LV).
Le attenzioni della chiesa. Ma senza compassione dove andiamo? Si rimane freddi burocrati. Se andiamo dai pastori e non offrono ascolto? Invece di misericordia incontriamo chiusura? Senza attenzione ai bisogni dell’altro, senza quello sguardo empatico e di misericordia che accoglie l’altro? Vale per i discepoli, vale per le comunità e vale per la chiesa, a volte impelagata in strutture dedite ad offrire dei servizi, nell’oceano di una burocrazia che mortifica l’altro. Il dramma della chiesa è la sua istituzionalizzazione e della pastorale stessa. Gesù non intende organizzare uno stato sociale ma un segno della sua divinità nutriente, capace di dare soddisfazione, e il Signore offre da mangiare senza pagare.
Il primato dell’ascolto. Quando Gesù dà da mangiare alla gente del deserto, c’è la dimensione dell’ascolto che fa vivere, intendendo che mangiare riguarda la sua persona e la sua parola permette di entrare nella vita. Non si può così che ringraziare e prorompere in un grido di gioia, lodare il Signore per la sua opera misericordiosa, celebrare la potenza di Dio e riconoscere il dono di grazia che gli è stato fatto. Paolo così esclama: “niente e mai nessuno potrà mai separarlo dall’amore di Cristo. Tribolazione, angoscia, spada, nudità, pericolo, fame ..”, non ci separeranno dall’amore di Cristo. In tutte le difficoltà, noi supervinciamo, tutte le potenze non ci possono separare dall’amore di Dio ,l’amore di Cristo nutre, soddisfa e realizza la vita. Anche questi “stati di vita”, di apparente deserto, divengono luogo teologico in cui Dio si rivela e si fa compagno di cammino.
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