V QUARESIMA – ANNO A – Ez 37,12-14; Sal 129 (130); Rm 8,8-11; Gv 11,1-45
Siamo quasi giunti alla conclusione del nostro itinerario quaresimale, prima della domenica di Passione che ci introdurrà alla Settimana Santa. Il terzo grande quadro che la liturgia ha scelto per accompagnare il nostro cammino di catecumeni verso la Pasqua è la risurrezione o rianimazione di Lazzaro, amico di Gesù, morto e richiamato dal sepolcro. Sì, anche per noi vale questo percorso per rinnovare il battesimo, un itinerario che prepara i catecumeni a riceverlo la notte di Pasqua. Noi che l’abbiamo ricevuto, siamo entrati nella pienezza della vita nuova da Cristo?
In queste cinque settimane ci hanno accompagnato Adamo, Mosè, Abramo, Davide, Ezechiele, quest’ultimo, un profeta, una carrellata della storia della salvezza, che annuncia i tempi nuovi, l’intervento futuro di Dio, riaprirà i nostri sepolcri, ci donerà lo Spirito. Ognuno di noi si è sentito la donna di Samaria, il cieco nato illuminato da Cristo, analogamente ognuno di noi è Lazzaro l’amico di Gesù. Offrendo uno sguardo alla “seconda lettura”, Paolo contrappone la carne allo Spirito. La carne è istinto, inclinazione al male, la caratteristica dello Spirito è vita, mentalità, stile di Dio. Non siamo dominati dalla carne, ma abbiamo lo Spirito come Lazzaro, anche noi siamo ritornati in vita per la giustizia di Dio e lo Spirito ci rende capaci di una vita nuova e fare pasqua con Gesù e il segno più grande è dare la vita, l’Eucaristia. Il cammino a cui Gesù ci accompagna è quello dell’unità, nessuna opposizione della carne allo Spirito, ma “una cosa sola con Lui”. Ognuno di noi riconosce una condizione mortale. Siamo già nella “vita nuova” avvenuta nel battesimo, siamo stati rianimati, ma “non ancora” nella pienezza, e continuamente abbiamo bisogno di attingere alla sorgente di Cristo, nell’attesa della risurrezione della carne e della vita eterna.

Gesù rischia! Ritornare a Betania, in Giudea, a pochi passi da Gerusalemme, è estremamente pericoloso. Quel ritorno di Gesù è la goccia che fece traboccare il vaso, e dopo quell’episodio i giudei decisero di eliminarlo. Dare la vita all’amico Lazzaro, costa la vita a Gesù. “L’amico Gesù” è pronto a dare la vita per il suo amico. “Colui che tu ami è malato e rischia di morire”, gli vengono a dire. Lazzaro è come se pregasse: “Io sto rischiando di perdermi se non mi richiami dal sepolcro della mia mediocrità, della pigrizia, delle mancanze, della tiepidezza che possono dominare nella mia vita”. Gesù entra nella nostra storia di morte per portare la vita. L’ultimo segno che Gesù compie fa risorgere soprattutto il cuore di tutti i presenti, mentre il povero Lazzaro dovrà riaffrontare ancora una volta l’esperienza della morte fisica. Gesù risponde a Marta: “«Io sono» perché risorgere non è un avvenimento, ma una relazione, un faccia a faccia. Perché la vita, quella eterna, comincia mentre vivi e non si esaurisce nell’attesa di una immortalità biologica che arriverà non si sa quando, ma in una qualità diversa del vivere. È un imparare a vivere, a respirare, ad essere grati, fiduciosi nell’impossibile” (LV).
“Dobbiamo solo essere disposti a farci incontrare nel profondo dei nostri sepolcri, al di là di quelle maschere che siamo tentati di indossare per apparire rispettabili e amabili agli occhi degli altri. Persino agli occhi di quel Dio che, invece, non è lontano, ma rimane presente e ardente d’amore davanti al nostro sepolcro. Pronto a introdurci in una vita nuova, non appena diamo ascolto al suo potente grido d’amore: «Vieni fuori!» (11,43)” (RP). “La morte resta, dura e ineluttabile: “anche se muore”, dice Gesù a Marta, ma non cancellerà, non porrà termine, non annienterà. Troppo più forte è la vita che chiama per nome: “Lazzaro, vieni fuori” (LV).
Amen
Buona Domenica